Il piano si presenta come cooperazione ma funziona come leva di potenza postcoloniale: pochi progetti verificabili, fondi sottratti al clima e rapporti ancora sbilanciati a favore dell’Italia.

A fine gennaio il governo italiano ha annunciato l’organizzazione di un vertice sul Piano Mattei, in concomitanza con il summit dell’Unione africana (Ua) di febbraio ad Addis Abeba, con l’obiettivo dichiarato di “presentare” il progetto ai partner africani. Il vertice, previsto a partire dal 13 febbraio, promette di essere inquietante quanto lo è il Piano stesso. Il primo incontro, tenutosi a Roma nel 2024, aveva già avuto un esito controverso: diversi leader africani – tra cui Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Ua – avevano denunciato di essere stati messi di fronte a un’iniziativa già confezionata e decisa, senza una reale consultazione preliminare.

Da allora, i passi in avanti rivendicati dal governo sono stati molti sul piano narrativo, ma pochissimi nella sostanza. Tra i pochi elementi concreti emersi, ce n’è uno particolarmente problematico: una quota significativa dei finanziamenti destinati al Piano – circa 3 miliardi di euro – proviene dal Fondo italiano per il clima. Si tratta di risorse che, secondo la normativa istitutiva, dovrebbero essere impiegate per sostenere la transizione energetica interna e la riduzione delle emissioni, non per finanziare una proiezione geopolitica italiana in Africa. Perché ciò è essenzialmente il Piano Mattei.

Il governo giustifica questa scelta sostenendo che il Piano Mattei avrebbe anche l’obiettivo di promuovere progetti di energia rinnovabile nei Paesi africani. Tuttavia, non è affatto chiaro chi debba certificare la reale sostenibilità di tali iniziative, né con quali criteri. In assenza di un sistema di valutazione indipendente e trasparente, il rischio è che il marchio “green” venga utilizzato come semplice etichetta retorica per giustificare operazioni che hanno ben poco a che vedere con la transizione ecologica e che non sono per niente “green”.

Il problema dei finanziamenti non si esaurisce a questo. Nel rapporto sul Piano presentato dal governo nel 2025 si parla in modo altisonante di una cooperazione con la Banca mondiale. Ma, a oggi, questa collaborazione risulta essere più un annuncio che una realtà. Non esistono progetti congiunti formalmente approvati, né investimenti concreti riconducibili alla Banca mondiale nell’ambito del Piano Mattei. Al contrario, è stata creata a Roma una costosa struttura di coordinamento che, nei fatti, appare come una scatola vuota: molta burocrazia, pochissima sostanza.

Un altro aspetto inquietante è la quasi totale assenza di trasparenza. Non esiste un portale pubblico che indichi con chiarezza lo stato di avanzamento dei progetti, le somme effettivamente impegnate, i soggetti coinvolti e i criteri di selezione. Non esiste nemmeno un organismo indipendente di controllo. Questo rende impossibile qualsiasi valutazione seria sull’efficacia del Piano e scoraggia anche le imprese realmente interessate a partecipare, che non dispongono di informazioni affidabili.

Ancora più opaca è la questione dei partner locali. Non è chiaro come vengano censite e accreditate le agenzie africane che collaborano con il governo italiano. Il caso della Steg, principale interlocutore in Tunisia per alcuni progetti del Piano, è emblematico: l’azienda è stata coinvolta in inchieste per corruzione e cattiva gestione, suscitando forti preoccupazioni a Tunisi, ma non a Roma. Paradossalmente infatti sembra che queste vicende allarmino più le autorità tunisine di quanto non avvenga con quelle italiane, che si limitano a “finanziare”.

Il quadro che emerge è, nel complesso, desolante. Ci troviamo di fronte a un Piano che viene presentato come un grande progetto di cooperazione, ma che appare sempre più come uno strumento di influenza politica ed economica a senso unico. Il fatto che venga finanziato attingendo a risorse destinate alla lotta al cambiamento climatico ne rafforza il carattere contraddittorio: da un lato si proclama la centralità della sostenibilità, dall’altro si svuotano gli strumenti pensati per realizzarla.

Il Piano Mattei sembra così inserirsi in una sfilza di iniziative “per l’Africa” concepite più per rispondere a esigenze interne – dalla gestione dei flussi migratori alla ricerca di nuove fonti energetiche – che per sostenere uno sviluppo realmente condiviso. La retorica della partnership nasconde rapporti profondamente asimmetrici, in cui l’Africa continua a essere trattata come un terreno di proiezione degli interessi italiani. Un modus operandi già utilizzato con la Libia.

Il Piano Mattei, come già segnalato da più parti, ad esempio da una breve analisi del Centro studi di politica internazionale, rischia di restare ciò che oggi appare: un contenitore opaco, finanziato sottraendo risorse al clima, che promette cooperazione ma riproduce vecchie logiche di potere. E, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sono proprio quei Paesi africani che il Piano dice di voler aiutare.

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne)

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