La cosiddetta riforma Nordio ha obiettivi precisi: indebolire l’unità e l’indipendenza della magistratura, spostare gli equilibri verso l’esecutivo e ridurre il diritto a strumento contro i deboli più che tutela per tutti

Vorrei qui richiamare l’attenzione su alcuni dei significati politici del referendum costituzionale a cui saremo chiamati a votare fra poche settimane: il rischio autoritario, la strana miscela di securitarismo e garantismo, l’antipolitica populistica.

Per quanto riguarda il primo punto dobbiamo parlare del rischio che il potere giudiziario venga sottoposto non tanto al potere politico nella sua genericità, come spesso a torto si ripete, bensì a quello dell’esecutivo. Quest’ultimo, infatti, è espressione della maggioranza parlamentare che dovrà approntare la lista di un terzo dei componenti dei due Csm previsti dalla riforma, così come di una parte dell’Alta Corte. Come ha sottolineato Alessandro Barbero, ciò non implica automaticamente un rapporto di subordinazione della magistratura requirente al governo, ma pone le condizioni affinché vi sia tale possibilità, visto che gli altri due terzi dei due Csm vengono sorteggiati senza che la magistratura stessa possa esprimere una rappresentanza proporzionale ai propri orientamenti.

Del resto in alcuni dei Paesi in cui vige la separazione delle carriere fra magistratura giudicante e requirente, il pm è sottoposto al governo: vedi Germania, Austria o Stati Uniti. Che l’Italia sia uno dei pochi Paesi in cui non ci sia separazione delle carriere ma, dal 1988, solo separazione delle funzioni, è una «felice anomalia» come l’ha definita Luciano Canfora, dovuta soprattutto all’esperienza del fascismo che ha spinto i costituenti in tal senso.
Già nello spirito delle leggi, infatti, Montesquieu aveva sottolineato come i tre poteri andassero tenuti distinti per evitare il dispotismo. La mancata separazione del potere giudiziario dagli altri due era propria – sottolineava – non solo dello Stato turco, ma anche delle repubbliche italiane, in cui la libertà si trovava «in misura minore – scriveva – che nelle nostre monarchie». Per l’insigne studioso «Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo». (Libro XI, cap.VI). Oggi – va detto – la disamina andrebbe completata con il quarto potere mediatico, sempre più pervasivo e sottoposto a una concentrazione di capitale privato a cui a sua volta la politica è subordinata. Per cui il potere giudiziario finirebbe per essere vulnerabile a tale grumo potestativo superiore a quello stesso dell’esecutivo.

La separazione in due e anzi in tre del Csm non farebbe che indebolire il potere giudiziario (a cui viene anche sottratto il potere disciplinare) che dalla sua unitarietà e indipendenza trae maggiore forza. L’opportunità di difendere questa prerogativa è dettata dai tempi presenti in cui emerge a livello globale un autoritarismo postdemocratico che non è ancora fascismo conclamato perché manca l’antagonista sociale sebbene negli Stati Uniti i migranti clandestini ne stiano facendo le veci, e anche chi li difende. Se Askatasuna fosse un fenomeno di massa, avremo già una sospensione delle libertà democratiche. Non è un caso che la separazione delle carriere era parte del Manifesto di Rinascita nazionale della P2, a sua volta interna a quel movimento di reazione antidemocratica iniziato con il report della trilaterale nel 1975 (La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale, di Crozier, Huntington e Watanuk): l’overload di diritti va stoppato con un incremento di potere per l’esecutivo che deve poter porre la politica alla stessa velocità dei mercati, liberandosi dalle pastoie del conflitto sociale e della discussione parlamentare. In questo quadro anche il potere giudiziario deve alleggerire il suo peso nella corsa all’efficienza e alla competitività. Guardando astrattamente alla lettera della riforma, queste argomentazioni potrebbero apparire forzate. Tuttavia il tono e i contenuti del dibattito sollevato dai promotori del referendum e in particolare da Meloni e Nordio, e persino alcuni “fuori onda”, svelano l’intento punitivo verso la magistratura e la finalità di sottoporla al potere del governo. Inoltre la scarsa utilità dei cambiamenti proposti per i cittadini e le esigenze di maggiore agilità dei processi (la vera riforma dovrebbe consistere nel destinare più risorse al personale assunto, così come per tutta la pubblica amministrazione!), paiono appunto far pensare ad un obiettivo volto a spostare gli equilibri costituzionali.

Per quanto riguarda il secondo punto (miscela di garantismo e securitarismo) è importante rilevare come l’iniziativa del governo in carica saldi due tendenze apparentemente opposte della recente storia dell’opinione pubblica italiana: il garantismo e il securitarismo o populismo penale. Da un lato, cioè, sempre a sentire le dichiarazioni di esponenti della destra, compresa Meloni, la riforma costituzionale tende a rispondere all’esigenza di rassicurare l’opinione pubblica di fronte ai casi di cronaca nera, oggi al centro dell’immaginario pubblico al posto dei problemi civili e sociali. E ciò inducendo i magistrati a non rilasciare con troppa facilità ipotetici criminali. La premier ad Atreju ha citato Garlasco, ma anche i recenti fatti della Manifestazione di Torino hanno visto giornalisti e politici di destra denunciare l’operato dei magistrati dal rilascio facile. Non è certo senza significato il fatto che sia stato richiamato l’ambasciatore svizzero dopo la tragedia di Cras-Montana, sempre per stigmatizzare un rilascio considerato affrettato, mentre invece nessun richiamo è stato indirizzato verso l’ambasciata israeliana a Roma, nonostante la violazione dei trattati internazionali e le stragi immani perpetrate dall’esercito di quello stato, che han fatto gridare al genocidio. Probabile che sarebbero stati chiamati in causa anche i fatti di Rogoredo se le indagini non avessero reso il tragico episodio un boomerang per il governo. In ultima analisi l’attacco alla magistratura è oggi un attacco al diritto, a quel “liberalismo” assediato dal neopopulismo criptofascista: dall’Ungheria agli Stati Uniti e, appunto, a Israele, che trova anche nell’opinione pubblica italiana una sponda importante, fra gli elettori della Lega e di Fratelli d’Italia, che ritengono eccessiva la tutela dei diritti degli immigrati clandestini, dei tossicodipendenti, dei manifestanti dei centri sociali, degli antifà. In tal senso l’aumento del potere dei pm e la loro trasformazione in “avvocati accusatori”, sembra andare in questa direzione.

Ma allo stesso tempo la critica alla magistratura è l’onda lunga del garantismo berlusconiano, insofferente per le indagini e condanne per soggetti delle alte sfere della piramide sociale. In questo senso va visto anche il provvedimento del ministro Nordio con cui è stato abrogato l’abuso d’ufficio. La saldatura fra garantismo e giustizialismo consente non solo di suggellare l’alleanza fra “liberali” di forza Italia e illiberali filo MAGA di Lega e Fratelli d’Italia, ma di dimostrare una solidarietà profonda fra un neoliberismo conservatore geloso dei privilegi sociali e il suo Frankstein (Wendy Brown) neopopulista: la legge deve servire soltanto a reprimere il dissenso, colpire i deboli e tutelare i forti. Il ceto medio impoverito e la working class più spaventata reclamano una compensazione al disagio con la cosiddetta “sicurezza” così come l’élite ha bisogno di protezione per poter scorazzare indisturbata nella giungla degli affari pubblici e privati in cui economia e criminalità si sovrappongono, godendo di un appoggio popolare ora garantito dalla lotta suprematista contro l’invasione degli stranieri e degli organismi internazionali, con il loro carico di leggi per il clima socialmente onerose, apertura delle porte per profughi e migranti economici ed altri fastidi del politicamente corretto.

Con il terzo punto (antipolitica) ci inoltriamo ulteriormente nell’apparente contraddizione. Uno degli slogan della campagna per il si è che la riforma si rivolga contro la magistratura “politicizzata”, prevedendo che i due terzi dei due Csm siano frutto di sorteggio fra tutti i magistrati, senza composizione di liste. L’avversione contro la magistratura, che ha la duplice radice profonda sopra evidenziata, viene verniciata di polemica anticorruttrice, essendo fresco il ricordo del caso Palamara. In tal senso Lega e postfascisti, in un’epoca in cui la memoria è azzerata nei tempi vuoti dei social, possono rimuovere il loro passato giustizialista e vedere nei magistrati non già degli eroi antipolitici, bensì un’ espressione di quella politica costituzionale che si vuole affossare. Si tratta di un’ennesima saldatura fra il sovversivismo delle plebi e quello delle élite – per utilizzare la terminologia gramsciana – volta a erodere ulteriormente lo spazio, appunto, della politica come conflitto, partecipazione, pluralismo e differenza. La magistratura viene ridotta a funzione amministrativa dello stato, priva di politicità, anche per sganciarne l’azione da quella parte di attuazione della Costituzione che procede attraverso le sentenze.

Per quanto l’antipolitica di tangentopoli fosse in contrapposizione al garantismo difensivo di un ceto della prima repubblica ricompattatosi nel berlusconismo, anche quest’ultimo ha potuto garantire la vecchia politica, nei suoi aspetti deteriori, facendo leva sull’antipolitica, alimentata anche nella stagione di Mani pulite, che con l’acqua sporca della corruzione ha gettato via il ruolo costituzionale dei partiti e della rappresentanza politica. Non è un caso che Antonio Di Pietro abbia giustificato la sua adesione al SI soprattutto per il fatto che con la riforma verrebbe eliminato il peso delle correnti politiche in magistratura. Oggi si può sempre più toccare con mano come l’antipolitica dell’inizio degli anni Novanta abbia aperto la strada al neoliberismo e alla postdemocrazia attraverso l’egemonia berlusconiana. La sostituzione del sistema proporzionale con l’uninominale e la personalizzazione-spettacolarizzazione della politica, la liquefazione dei partiti e un depistaggio cognitivo secondo cui meno politici e meno politica avrebbero significato più qualità democratica. Così riforme come la diminuzione dei parlamentari o l’abolizione delle province son state salutate come una vittoria del popolo, che, viceversa, si è trovato con meno spazi di rappresentanza.
Ci auguriamo perciò che la rimonta del NO e la sua finale vittoria, possa essere un primo passo per il rilancio di una politica (opposta a quella della destra ma anche lontana da quella del centrosinistra degli ultimi decenni) che riscopra la natura “popolare” e non populista della costituzione, in cui la “politica” torni ad essere lo strumento con cui i ceti meno abbienti possano bilanciare il potere del danaro e del prestigio sociale e il diritto sia a tutela di tutti i soggetti, specie dei più deboli e non solo di quelli che avrebbero potuto interessare l’agenda di Jeffrey Epstein.

In foto il ministro Carlo Nordio, foto wikicom