Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente.
Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa.
L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda.
Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace.
Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.
Buon lunedì.




