La posta in gioco del 22 e il 23 marzo è altissima, sono tante e alte le ragioni per votare No

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo con tutta evidenza non è un referendum sulla giustizia. Perché questa proposta, stilata e blindata dal governo Meloni (senza reale possibilità di discutere emendamenti in Parlamento) non offre alcuna soluzione ai mali della giustizia italiana, come la lunga durata dei processi e il sovraffollamento delle carceri che sfiora il 130%. Men che meno offre risposte al dramma dei detenuti suicidi: 91 nel 2024 e 72 nel 2025. Ferite sociali inaccettabili che necessitano di ben altre risposte. Senza far niente «per una giustizia giusta e celere» (così nei proclami di Fratelli d’Italia) quella che va sotto il nome di “riforma Nordio” altro non è che una controriforma dei cardini della democrazia costituzionale. Votare Sì significa avallare la disarticolazione dell’architettura dei poteri, dei pesi e contrappesi che sono garanzia dei diritti dei cittadini e di limitazione del potere. Ciò che si decide con questo voto non riguarda una categoria – i magistrati – ma l’equilibrio complessivo tra libertà e autorità, tra cittadino e Stato. Votare No, dunque, significa difendere la Costituzione antifascista e impedire che l’Italia scivoli verso un modello di democrazia illiberale, una “democratura”, dove il potere esecutivo si ritiene onnipotentemente al di sopra di controlli, stigmatizzati come ostacoli da neutralizzare.

La presidente del Consiglio lo dice senza infingimenti. Durante la conferenza stampa di inizio anno ha affermato esplicitamente che i magistrati dovrebbero collaborare e non fare argine alle decisioni dell’esecutivo. E quando la Corte dei Conti è intervenuta sul ponte dello Stretto ha parlato di una «intollerabile invadenza nelle scelte politiche del governo». Non c’è nulla di esagerato dunque quando si dice che questa controriforma punta a ridefinire i rapporti tra poteri dello Stato e alla progressiva subordinazione della funzione giudiziaria all’indirizzo politico del governo. L’attacco all’indipendenza della magistratura è sotto gli occhi di tutti e denunciato dallo stesso Csm. Emerge in maniera plastica dalle parole di Nordio (ex magistrato) che è arrivato addirittura a paragonare la magistratura a un potere para-mafioso. Con queste parole inaccettabili il ministro della Giustizia ha dato un poderoso assist alle ragioni del No. Perché basta dare uno sguardo alla storia d’Italia per vedere con chiarezza quale ruolo abbia esercitato la magistratura in Italia, spesso difendendo i diritti sociali e civili picconati dai governi di destra (ma anche talora di centrosinistra), facendo luce sulle stragi neofasciste che hanno insanguinato la storia italiana. A cominciare da quella di Bologna del 1980, di cui la stessa presidente del Consiglio e il presidente del Senato “faticano” ancora a riconoscere la matrice nera. Come ci ricorda l’avvocata Carla Corsetti su questo numero di Left, mandante e finanziatore di quella strage fu il fondatore della P2 Licio Gelli, che nel suo eversivo piano di rinascita democratica per l’Italia prevedeva anche il controllo “politico” della magistratura attraverso la separazione delle carriere.

La controriforma Nordio, peraltro, non si limita solo a questo, ma sdoppia e frammenta l’organo di autogoverno, il Csm, introduce il sorteggio per la selezione dei componenti e istituisce nuovi meccanismi disciplinari che rischiano di ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria, come affermano e argomentano gli eminenti costituzionalisti – da Azzariti ad Algostino, da Gallo a De Fiores a molti altri – che hanno contribuito al libro Controriforma della magistratura. Anatomia di una svolta autoritaria, curato da Antonello Ciervo e Giovanni Russo Spena (edito da Left).

Il sorteggio, in particolare (già contenuto nella proposta di revisione costituzionale di Almirante nei primi anni 70), non è una misura neutra. I membri magistrati del Csm non saranno più eletti dai colleghi ma sorteggiati tra tutti i magistrati, con due Consigli separati per giudici e pm. I membri laici (avvocati e professori) sarebbero invece sorteggiati da un elenco scelto dal Parlamento. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, ma è evidente che questa asimmetria nel sorteggio determinerebbe una riduzione della rappresentanza e un maggiore controllo politico. Ciò che emerge da questa riforma, più ancora che dai precedenti tentativi di indebolire la Costituzione targati Berlusconi (2005) e Renzi (2016), è una concezione plebiscitaria della democrazia, dove la complessità istituzionale viene sostituita dall’illusione di una semplificazione, che si traduce in svolta autoritaria. L’obiettivo è sottomettere la magistratura a chi governa.

Lo scopo è il controllo politico dell’azione penale. Come avviene nell’Ungheria di Orban, sodale di Meloni e Salvini.

Come si evince da tutto questo, la revisione costituzionale è un tassello di un più ampio piano politico che punta a smantellare il progetto di democrazia sociale delineato dalla Costituzione antifascista. I prodromi si sono visti già con provvedimenti di legge volti a introdurre nuovi reati, per comprimere il diritto di sciopero, per limitare il diritto di manifestare e criminalizzare il dissenso. Non a caso uno dei primi atti del governo Meloni è stato il cosiddetto provvedimento anti rave, a cui ha fatto seguito la legge 6/2024 che introduce pene detentive per gli attivisti climatici protagonisti di proteste non violente, stigmatizzati come ecovandali. Poi sono arrivati i famigerati decreti sicurezza e sono diventati crimini la resistenza passiva e non violenta anche nelle carceri (la cosiddetta norma anti Gandhi), e i blocchi stradali, anche quando sono strumento di lotta sindacale dei lavoratori. E si potrebbe continuare a lungo ricordando le deportazioni di richiedenti asilo in Albania, il blocco navale che condanna a morte in mare migliaia di migranti, i decreti Caivano che stanno riempiendo gli istituti di pena di minori.

Se passasse la riforma Nordio lo step successivo sarebbe il completamento del progetto autoritario con il premierato («la madre di tutte le riforme», come la definisce Meloni) che dà pieni poteri al presidente del Consiglio marginalizzando il Parlamento e il ruolo di garante del presidente della Repubblica. E già in questi giorni che precedono il referendum costituzionale la maggioranza intende mettere mano alla legge elettorale, prevedendo un premio che assicuri una solida maggioranza alla coalizione vincente. Tutto ciò mentre si riaffaccia il fantasma dell’autonomia differenziata che cancella l’uguaglianza dei diritti sociali sancita dalla Costituzione. La posta in gioco del 22 e il 23 marzo è altissima, sono tante e alte le ragioni per votare No.

Foto Gov