Il tema della pace è questione cardine. In occasione di questo importante 25 aprile 2026, purtroppo ferito da scenari di guerra sempre più estesi, torniamo a ribadirlo riflettendo sulla forza dirompente dell’articolo 11 della nostra Costituzione antifascista che «ripudia la guerra». Non si limita a rifiutarla. Lo facciamo con l’aiuto di costituzionalisti come Anna Falcone, e sociologi come Gianluca Passarelli che rilegge il Manifesto di Ventotene, documento fondativo di un’Europa nata contro i fili spinati e pensato con straordinaria vitalità e capacità di immaginare da un gruppo di antifascisti costretti al confino.
Lo facciamo con lo sguardo rivolto al presente. Raccontando cosa succede in tanti Paesi nel mondo che scelgono la pace e la difendono, investendo su welfare, scuola, sanità, ricerca, coesione e giustizia sociale. Di questi Paesi e del fatto che gran parte del mondo vive in pace non si parla mai, o se ne parla troppo poco, probabilmente perché si smaschererebbe la falsa narrazione – propalata ogni giorno dal governo Meloni ma anche purtroppo dai vertici Ue – della guerra come destino ineluttabile, della pace che si può ottenere solo preparandosi alla guerra, della violenza come natura umana. Tuttavia, a dispetto di questa propaganda e delle mire neo imperialiste e neocoloniali di Trump, Putin e Netanyahu, nel mondo c’è chi dice no.
Lo racconta, dati alla mano, l’inchiesta di Federico Tulli a partire dal Global peace index che stila la classifica dei Paesi più pacifici (i primi 8 su 10 sono europei), ma spiega anche come sono arrivati a ottenere questo riconoscimento e cosa stanno facendo in questo difficilissimo contesto per preservare la pace interna e le relazioni internazionali. Nei primi posti della classifica non c’è la Cina di Xi Jinping, tuttavia il gigante asiatico presenta chiari segnali di differenza dagli altri grandi attori internazionali che hanno provocato i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. E si prepara a una svolta che potrebbe incidere notevolmente, in positivo, sulla qualità della vita dei cinesi (17% della popolazione mondiale), con riverberi anche sulla dimensione internazionale del Paese, come ricostruisce nella autorevole analisi il sinologo Federico Masini.
Ma veniamo all’Italia. Un NO forte e chiaro a chi vorrebbe stravolgere la nostra Costituzione è arrivato dai 15 milioni di cittadini che hanno bocciato la controriforma della magistratura. A fare argine a un passaggio chiave del mandato di Giorgia Meloni, preludio alla riforma della legge elettorale che prevede uno sconsiderato premio di maggioranza e al cosiddetto “premierato forte” (ma anche alla Autonomia differenziata), è stata la partecipazione al voto dei giovani, ampia, significativa, consapevole, orientata per il NO. Quasi sette under 28 su dieci sono andati a votare. Altro che indifferenza. Altro che generazione “sdraiata”. Il voto per il No che arriva da studentesse e studenti, da giovani lavoratori e lavoratrici, da quella parte di Paese che troppo spesso viene raccontata come assente, è invece il segno di una presenza viva, critica, capace di prendere parola quando è in gioco l’architettura democratica. Una partecipazione che ha provocato la reazione scomposta di tanti esponenti di centrodestra, del governo e dei loro giornalisti di riferimento. A cominciare dal direttore di Libero Mario Sechi, ex portavoce di Giorgia Meloni, che ha offeso un’intera generazione, tacciando i giovani – “rei” di aver votato e di aver votato in massa NO – di essere immaturi, manipolati dai loro insegnanti (di sinistra, ovviamente). Per poi arrivare a dire che i giovani, dal suo punto di vista, sono irrilevanti. La destra non solo ha mancato di rispetto a chi ha partecipato, ma dimostra anche tutta la sua impotenza e incapacità di interrogarsi sulle ragioni profonde di quella scelta di voto. Eppure, quelle ragioni sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardare.
I giovani del “No” sono gli stessi che negli ultimi mesi hanno riempito le piazze per la pace, che hanno dato corpo e voce a mobilitazioni pro-Palestina, che hanno denunciato con forza l’ipocrisia di un ordine internazionale incapace di fermare le guerre. Sono gli stessi che da anni animano le lotte contro la crisi climatica, che chiedono giustizia ambientale e sociale, che non accettano più rinvii né compromessi al ribasso. Sono, in altre parole, una generazione che pratica la politica, anche quando la politica istituzionale fatica a riconoscerla. Ed è proprio questa generazione che il governo guidato da Meloni ha scelto di attaccare con un approccio securitario e punitivo. Dal decreto anti-rave con cui ha esordito nel 2022 fino al decreto Caivano, che ha prodotto un immediato sovraffollamento degli istituti penali minorili senza offrire strumenti reali di recupero e inclusione. Provvedimenti che parlano un linguaggio chiaro: quello della repressione come risposta al disagio, della chiusura come alternativa al dialogo. Il governo ha cercato in ogni modo di mettere un bavaglio, di silenziare le nuove generazioni, anche ponendo una serie di ostacoli che hanno reso più difficile, se non in alcuni casi impossibile, ad esempio per gli studenti fori sede l’esercizio di un diritto fondamentale. È un segnale preoccupante, che dice molto di come venga considerata a destra la partecipazione alla vita democratica del Paese in prima persona, quando non è controllabile o manipolabile.
Dentro questo quadro, il risultato del referendum del 22-23 marzo assume un significato che va ben oltre il quesito. È un voto che parla di futuro, che rimette al centro la questione democratica, che chiede ascolto. E interpella direttamente quel campo progressista che da troppo tempo discute di alleanze senza sciogliere il nodo fondamentale: quale progetto di società vuole proporre ai giovani (e non solo)?
Il cosiddetto “campo largo” non può limitarsi a sommare sigle o leadership. Deve, se vuole essere credibile, partire da ciò che questo voto esprime. E ciò che esprime è una domanda radicale di cambiamento: nelle politiche sociali, nel lavoro, nell’accesso alla casa, nel diritto allo studio. Ma anche – e forse soprattutto – nelle scelte di fondo che riguardano la pace, l’ambiente, il modo di fare società, mettendo al centro bisogni ed esigenze più profonde. I giovani non chiedono di essere rappresentati a parole; chiedono coerenza, visione, coraggio. Continuare a raccontarli come apatici serve solo a giustificare l’inerzia di chi non vuole cambiare.
Ma la realtà, ancora una volta, è più forte della narrazione. L’alta partecipazione al voto del referendum costituzionale lo ha dimostrato con chiarezza: c’è una generazione che partecipa, che sceglie, che si espone. Che non accetta di essere ridotta a problema di ordine pubblico o a categoria sociologica. È a questa generazione che bisogna guardare, se si vuole costruire un’alternativa. Non per inseguirla, ma per riconoscerla come soggetto politico. Il voto è stato un segnale forte. Ignorarlo sarebbe un errore. Sarebbe un errore fatale negare una realtà che bussa con forza alle porte della politica. Ma quella porta, ormai, è aperta. E sono proprio i giovani ad averla spalancata.
In apertura, illustrazione di Fabio Magnasciutti




