In un mondo segnato da continue violazioni del diritto internazionale l’Europa è sempre più in crisi di identità. E ci si chiede qual è oggi l’eredità politica del suo Manifesto fondativo. Ne parliamo con il docente Gianluca Passarelli, autore del libro La roccia di Ventotene

A più di ottant’anni dal Manifesto di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, Ventotene continua a rappresentare una “capitale morale” dell’Europa. Fu su questo lembo di roccia battuto dal vento che durante gli anni più bui del fascismo nacque una delle idee politiche più audaci del Novecento: l’Europa unita. Nel suo nuovo libro La roccia di Ventotene (Einaudi), Gianluca Passarelli, docente Scienza politica e Politica comparata alla Sapienza di Roma, ricostruisce quella storia di confino, pensiero politico e resistenza civile di uomini e donne che trasformarono un’isola di prigionia in un laboratorio di futuro. Ne parliamo con l’autore per capire quale eredità politica e culturale lasci oggi quella visione di libertà, unità e integrazione.

Professore, parto da un quesito molto banale: perché, oggi, un libro su Ventotene?

Per tentare di fare un po’ di chiarezza, stante le molte bugie crasse e deliberate sulla “natura” di quel Manifesto. La volontà di contribuire al dibattito per rafforzare l’Europa e l’Unione europea, e quindi l’Italia. Non il contrario, come intendono, malamente, i sovranisti. In questa fase di caos internazionale è fondamentale riprendere il filo di quel documento redatto nel 1941-1943 per rilanciare il disegno federalista, proporre riforme istituzionali e decisionali al fine di rendere la Ue più democratica, più forte ed autorevole e più coesa.

Nel suo libro ripercorre l’uso, durante il regime fascista ma non solo, dello strumento punitivo del confino. C’è un paradosso che lei sottolinea però, quello che Ponza e Ventotene furono anche grandi palestre di antifascismo. Fu così?

Mussolini e i suoi lacchè non avevano letto Aristotele che riporta la scelta dei Romani di ammassare gli schiavi negli ergastoli della Sicilia, e proprio il celebre filosofo ammoniva (nell’Economico) di non mettere mai insieme, nello stesso ergastolo o nella stessa tenuta o nella stessa miniera, schiavi della stessa origine etnica, perché la facilità dei contatti e della comunicazione può essere un incentivo alla rivolta. Una decisione esiziale e un errore marchiano, di scarsa strategia. I confinati compirono un atto di «Resistenza durante la guerra civile», come l’ha definito Claudio Pavone nel suo importante saggio, in particolare contribuendo a ridare dignità al Paese una volta liberato. Nei ricordi di molti antifascisti, il confino viene assimilato a una vera e propria università dell’opposizione, come e più del carcere: un luogo dove le idee si scambiavano, si studiava, si scriveva (seppur con moltissime limitazioni), con il vantaggio, rispetto al penitenziario continentale, di poterlo fare con controlli meno stringenti e meno difficili da eludere. Insomma, Ventotene diventò una “università del crimine”, o meglio del dissenso, posto che i criminali erano a Palazzo Venezia.

Arrivando al Manifesto lei dice che non è per un’Europa contro la guerra, ma per la pace. Non è una differenza da poco, ci spiega meglio questo concetto?

Da continente della guerra per antonomasia, dalle guerre di religione a quelle tra i vari Stati, fino ai due conflitti mondiali, passando per centinaia di conflitti “interni”, l’Europa diventa il luogo

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