Capre che mangiano rifiuti per smaltirli. Questo era il panorama che offriva al visitatore l’Arabia Saudita nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, prima cioè della calata nel Paese dei “sicari dell’economia” . Si, perché sotto quei rifiuti e quelle capre si trovava uno dei più ricchi giacimenti petroliferi del mondo, e dopo la crisi petrolifera del 1973-74 era urgente assicurare quelle risorse a vantaggio degli Stati Uniti.
L’accordo con i regnanti fu presto trovato: gli americani avrebbero fornito prestiti per le infrastrutture, gli armamenti, e per la modernizzazione tecnologica del Paese, con fondi che, di fatto, non sarebbero mai usciti dagli Stati Uniti in quanto statunitensi sarebbero state le imprese coinvolte. L’accordo comprendeva un altro elemento chiave: in qualunque parte del mondo fosse stato venduto, quel petrolio doveva essere pagato in dollari e i proventi investiti in titoli di Stato americani. L’economia saudita fu così saldamente legata a quella americana, costituendo un decisivo tassello di quel meccanismo che, a partire appunto dalla fine degli anni Settanta, vide la dollarizzazione dei commerci e lo sviluppo della globalizzazione.
Il meccanismo è presto descritto: grazie al fatto che gli scambi internazionali avvengono in dollari, gli Stati Uniti hanno il privilegio di comprare materie prime, merci, armi e beni di consumo stampando la propria moneta, dunque oltre i limiti del valore prodotto internamente. Questo ruolo globale del dollaro si mantiene, nella sostanza, in forza di accordi – come quello con i sauditi – e di scelte dettate dalla convenienza finanziaria, consentendo appunto il finanziamento del debito pubblico e del debito estero del Paese. La borsa americana e il mercato dei titoli di Stato si sono così sviluppati come mercati globali dove affluiscono risorse finanziarie da tutti i Paesi del mondo.
Va sottolineato che questo uso del dollaro è in gran parte consensuale. Infatti, se da un lato gli Stati Uniti avevano un indubbio interesse a collocare la propria moneta come fondamento del commercio mondiale, Paesi ed imprese non americane avevano interesse ad accedere ai mercati globali e dunque ad impiegare il dollaro. Con la frammentazione della produzione e lo sviluppo di catene produttive articolate in ogni angolo del globo, avere una moneta unica con cui effettuare gli scambi diviene quasi una necessità. Ovviamente assieme al dollaro anche banche e istituzioni finanziarie direttamente o indirettamente controllate dagli americani assunsero un ruolo essenziale per ogni transazione commerciale e finanziaria.
Quando il Giappone, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, sfidò la supremazia economica americana in alcuni settori decisivi come le auto e i semiconduttori, il potere geopolitico statunitense fu impiegato per costringere il Paese a piegarsi: tra pressioni, coercizioni politiche, dazi e ricatti commerciali il Giappone esce indebolito nella sua posizione economica e nel suo modello di crescita. Ma è solo l’inizio di un percorso che vede gli Stati Uniti utilizzare la loro posizione dominante per mantenere la supremazia economica. Infatti, dopo il 2001, un altro strumento si aggiunge ai dispositivi di controllo a disposizione degli americani, rischiando però di comprometterne le fondamenta: il sistema delle sanzioni finanziarie.
Inizialmente i sistemi di sorveglianza, le leggi e le sanzioni adottare a seguito del crollo delle Torri gemelle – forse non a caso, pur con tutte le ombre che avvolgono quell’evento, organizzato dal rampollo di una ricchissima famiglia saudita – erano volte a colpire istituzioni e transazioni finanziarie sospettate di finanziare atti terroristici. Il passo successivo fu quello di sottoporre a dazi e sanzioni Paesi considerati “Stati canaglia” come la Corea del Nord e l’Iran, poi Cuba e Siria per violazione dei diritti umani, poi Venezuela, Cina, fino al caso eclatante della Russia che dopo il 2022 fu pesantemente colpita sia nei commerci, sia con l’esclusione di alcune sue grandi banche dal sistema internazionale dei pagamenti (Swift), sia infine col congelamento delle sue riserve detenute all’estero. Oggi, vale ricordarlo, anche singoli cittadini che esprimono posizioni contrarie agli interessi americani possono essere colpiti dalle sanzioni: è il caso di Francesca Albanese e di diversi giudici della Corte penale internazionale, ai quali è interdetto l’uso di ogni sistema di pagamento.
Aldilà di un’analisi specifica del funzionamento del sistema sanzionatorio e della sua efficacia, preme sottolineare che esso può avere sui Paesi colpiti effetti simili a quelli di un assedio, senza che gli Stati Uniti muovano un solo soldato. È un potere enorme, che col tempo ha accentuato il conflitto, in cui si trovano numerosi Paesi, tra l’interesse ad accedere al mercato mondiale e la prospettiva della perdita della propria sovranità. Il conflitto nasce appunto dal fatto che l’uso volontario di un sistema internazionale di pagamento, in assenza di regole condivise, si risolve nell’assegnare un potere enorme a chi di quel sistema possiede le chiavi. Al contempo questo potere è progressivamente eroso proprio dagli effetti positivi della globalizzazione, contrassegnati dalla crescita di Paesi un tempo poverissimi come la Cina e dalla corrispondente riduzione del peso dell’economia americana sull’economia mondiale. Si vanno ormai sviluppando, sebbene ancora in forma embrionale, reti di pagamento alternative al dollaro, e al contempo si riduce la quantità di dollari detenuti come riserva dalle banche centrali del mondo.
Veniamo ora alla guerra tra Stati Uniti e Iran. L’Iran, dopo aver subito un colpo di Stato organizzato dai servizi segreti americani e britannici nel 1953 contro Mossadeq, primo ministro di tendenze socialiste, dopo aver cacciato lo scià nel 1979, dopo aver subito l’aggressione militare dell’Iraq di Saddam Hussein – sostenuto, vale ricordarlo, dall’Occidente e da molte monarchie del Golfo – dopo essere stato colpito da pesantissime sanzioni e infine dall’intervento militare israeliano e Usa, ha assunto il controllo dello stretto di Hormuz. I suoi alleati, gli Houthi, dallo Yemen minacciano anche il blocco dello stretto Bab el-Mande.
Lo scontro è esistenziale. La potenza americana, in crisi di egemonia, si è trovata di fronte ad un Paese che ha alle spalle duemilacinquecento anni di storia e che sembra disposto a tutto, anche ad affrontare le conseguenze della distruzione di ogni infrastruttura civile, economica e militare, pur di non perdere la propria sovranità. In questo conflitto essa vede a rischio i cardini del suo potere globale. Sono in discussione, infatti, i flussi petroliferi che alimentano l’Occidente, le entrate petrolifere delle monarchie del golfo, come anche il ruolo internazionale del dollaro e la quantità di fondi che affluiscono per finanziare il debito americano. Gli iraniani, infatti, sembrano accettare di buon grado il transito per lo stretto di Hormuz di carichi indirizzati a Paesi che prendono le distanze dagli Stati Uniti, e a maggior ragione quelli i cui proventi non sono pagati in dollari, mostrando la volontà di minacciare uno dei cardini del potere americano. La guerra asimmetrica da essi condotta ha mostrato anche i limiti della capacità americana di proteggere militarmente le proprie basi nell’area e di garantire la sicurezza dei propri alleati. Gli Stati Uniti, portati in questa avventura da un presidente che molti considerano uno squilibrato, rischiano una disfatta militare e diplomatica che avrebbe conseguenze assai maggiori di quelle subite nel Vietnam e in Afghanistan: in Medio Oriente, oggi, la posta in gioco è assai più alta. La credibilità perduta potrebbe anche avere ripercussioni sulla stabilità finanziaria del Paese.
Al momento Trump avrebbe accettato la proposta iraniana in dieci punti per porre fine alle ostilità. Questo passaggio sembra allontanare, con un successo dell’Iran, la prospettiva di una disastrosa escalation militare. Eppure, considerata l’inaffidabilità dell’Amministrazione americana e l’enormità della posta in gioco, è difficile fare previsioni per il prossimo futuro. Abbiamo da un lato un’alleanza di ferro tra il cosiddetto “arsenale della democrazia” e l’unica “democrazia” del Medio oriente, quella sionista. Complici con essi sono gran parte dei democraticissimi governi europei – ricordiamo tutti l’infelice espressione del cancelliere tedesco Merz il quale, in occasione dei bombardamenti sull’Iran del giugno 2025, affermò che Israele “sta facendo il lavoro sporco per tutti noi” – guidati da una élite di irresponsabili passati dall’acritica adesione al modello neoliberale all’idea che la guerra sia una prospettiva ineliminabile nel prossimo futuro. Sull’altro versante l’Iran combatte per la propria sopravvivenza e ha ancora, nonostante i colpi subiti, armi e volontà per rendere l’intera regione un inferno inospitale. Oltre alla mediazione del Pakistan, Russia e Cina hanno svolto un ruolo che le ha viste fornire sostegno all’Iran senza sfidare apertamente gli Stati Uniti. La prima ha legami sia con Israele che con l’Iran. La seconda sarebbe danneggiata dalla distruzione delle infrastrutture petrolifere della penisola arabica, ma soprattutto, pur non volendo certo vedere la disfatta dell’Iran, non è neanche interessata ad accelerare un declino americano che potrebbe scatenare una crisi globale simile a quella del 2008. La Cina è ancora troppo esposta, sia finanziariamente sia commercialmente, alla globalizzazione a guida statunitense per trarre vantaggio da un crollo americano. Triste conclusione: nel vuoto generato dal tradimento degli ideali sociali e dei principi di libertà e di uguaglianza tra i popoli, dei quali dal secondo dopoguerra si sono fatti vanto l’Occidente e l’Europa in particolare, per scongiurare il peggio dobbiamo confidare nelle “autocrazie”.
Foto di Igor Omilaev su Unsplash




