La cantautrice fiorentina celebra l'80° anniversario della Liberazione restituendo voce alle grandi figure invisibili della storia partigiana

In occasione di questo 25 aprile, abbiamo deciso di intervistare Letizia Fuochi, cantautrice e storica fiorentina, sulla scena dal 1999. Tra i suoi album ricordiamo: Finito e infinito del 2002, Come l’acqua alla terra del 2009, Inchiostro del 2017 e Zing del 2022. Letizia è anche una scrittrice: nel 2022, per i Libri di Mompracem, ha pubblicato Nuda è la voce. Raccolta di monologhi e canzoni. Recentemente, per festeggiare l’80° anniversario della liberazione dal nazifascismo, oltre al libro Sui loro passi. Alcuni itinerari di guerra e Resistenza a Firenze scritto con Giada Kogovsek, voluto dall’Isrt e dai Libri di Mompracem, l’etichetta discografica Materiali Sonori ha pubblicato il suo nuovo album , intitolato La scelta. L’opera, composto da undici tracce resistenti, è un progetto storico e musicale che vede il patrocinio dell’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’età contemporanea, di Anpi, di Aned, della Biblioteca e Archivio storico Piero Calamandrei di Montepulciano, della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, della Fondazione Franceschi di Milano. Il Cd, a cui partecipano molti artisti di fama nazionale e internazionale, si arricchisce di un libretto di ventitré pagine che riporta il grande lavoro di ricostruzione che l’autrice ha svolto consultando vari materiali. Un lavoro quindi di sentita ricerca artistica, storica e storiografica, frutto di una importante preparazione.

Da dove nasce questo suo nuovo album?
Dalla volontà di realizzare, dopo anni di ricerca e di esperienze artistiche, il vero motivo per cui ho intrapreso questo mestiere: raccontare le storie della Storia cercando di restituire nomi, sogni e voci di chi in silenzio ha fatto la propria parte. Per me la canzone non è mai stata solo intrattenimento, ma una possibilità profonda e suggestiva di toccare – con ironia, senso critico e poesia – le emozioni della gente, soprattutto quando non si aspetta che certi temi, alti e seri, possano davvero coinvolgere, appassionare e magari innescare una sana curiosità: quella della conoscenza, perché l’unica cura al mondo di oggi, sono convinta, sia la cultura.

A cosa si è ispirata per l’album?
Ai libri letti, alle testimonianze ascoltate, ai luoghi in cui gli eventi sono accaduti: decisivi mi sono stati il testo di Benedetta Tobagi Le resistenze delle donne, il documentario di Liliana Cavani del 1965 La donna nella Resistenza, e una pubblicazione intitolata 11 agosto edita da Anpi per celebrare nel 1945 la mia città, Firenze, a cui venne assegnata la medaglia d’oro a un anno dalla Liberazione e proprio da questo libro ho tratto e musicato due scritti, La strada di Berto di Raffaello Ramat (con l’organetto del maestro Riccardo Tesi) e Silenzio e cammino di Carlo Coccioli (con la voce inconfondibile di Chiara Riondino). Ma senza dubbio determinante è stata ed è ancora l’amicizia sincera con Silvia Calamandrei, nipote di una delle personalità più significative della nostra Storia – il professore, il costituente Piero Calamandrei massimo cantore della Resistenza – e figlia di Maria Teresa Regard, gappista romana, alla quale ho dedicato quella che rivendico, tra le oltre sessanta canzoni che ho scritto, come la mia preferita: Tutti quanti mi chiamano Passione. Le donne, le grandi invisibili, con la partecipazione attiva alla guerra partigiana hanno saputo per la prima volta girare a loro favore quel pregiudizio che da sempre le ha incatenate: l’inferiorità attribuita (non solo, ma soprattutto) dal fascismo al “sesso debole” ha permesso alle cosiddette insospettabili di compiere azioni pericolosissime, necessarie sia per l’emancipazione dell’Italia sia per dare loro credibilità e raggiungere diritti e riconoscimenti sociali, civili e politici.

Nell’album affronta e celebra varie resistenze, non solo quella italiana. Questo luglio ci sarà il 90° anniversario dello scoppio della guerra civile spagnola, a cui lei dedica due tracce del suo album. Vuole parlarcene?
Negli anni dell’università ebbi l’opportunità di seguire un corso tenuto dal mio professore Paul Ginsborg sulla guerra civile spagnola e per me fu un colpo di fulmine: studiando quella vicenda terribile e affascinante capii il senso profondo della partecipazione, della volontà di sentirsi parte di un tutto e rendersi conto che se in una qualsiasi parte della terra la democrazia è messa in pericolo, tutte e tutti siamo in pericolo, per questo è necessario agire, prevenire e mobilitarsi. La casa degli intellettuali antifascisti a Madrid istituita dal poeta Raphael Alberti autore di Se equivocò la Paloma, metafora dello smarrimento della pace di fronte alla violenza della guerra, mi fece capire quale fosse il mio posto nel mondo; mentre Blanca Mariposa, ispirata al Guernica di Picasso e alla figura di Gerda Taro la prima reporter di guerra a morire al fronte, alla quale ho dedicato un intero spettacolo intitolato Noche negra, rappresenta la mia convinzione che solo l’arte e la cultura possano spazzare via la barbarie della guerra.

Che “testamento” vuole lasciarci per questo 25 aprile?
Quello ricevuto in eredità da Piero Calamandrei – a cui è dedicata proprio la canzone Il mio testamento – quando pronunciò, nella sua celebre lezione ai giovani tenuta nel 1955 all’Università di Milano, le famose parole su «la libertà che è come l’aria», e raccontò di come la Costituzione non sia una carta morta, ma un testamento di tutte e tutti coloro che hanno perso la vita nei boschi, nelle montagne, nelle colline, nelle città, per il nostro presente, per un’Italia repubblicana e democratica. Il coraggio partigiano nasce da un sentimento alto, quello di un ideale giusto che supera il sé e si apre al noi: rivolgersi oggi alle generazioni più giovani è il modo più efficace per dire loro che le brutture del mondo esistono e prima si conoscono prima si riconoscono; avere coraggio non significa non avere paura, ma agire nonostante la paura, con responsabilità e una forte volontà che non abdica a ciò per cui siamo chiamati. E scegliere, me lo hanno insegnato fin da piccola i miei genitori, resta sicuramente la più alta forma di libertà.

Ha già fatto numerosi concerti e presentazioni nelle scuole, quali saranno i suoi prossimi appuntamenti dopo questo 25 aprile?
La preparazione a questo 25 aprile è iniziata molto presto, già dal mese di marzo che mi ha visto girare per varie province della Toscana e alcune importanti trasferte come in Trentino, ma una delle tappe che più mi emoziona sarà quella del 28 aprile al Teatro Basilica di Roma voluta dall’Associazione Culturale Ideerranti. Tutto questo “praticare memoria resistente” lo devo a Materiali Sonori che mi produce da molti anni e all’impegno dell’associazionismo nazionale, una rete necessaria per creare partecipazione, condivisione e un senso di comunità capace di ridurre le distanze e farci ritrovare insieme, ancora e sempre dalla stessa parte.

L’autore: Andrea Vitello collabora con Pressenza, suo il libro Il nazista che salvò gli ebrei (Le Lettere ed.)

Foto di Max Francalanci