A sintetizzare con una frase semplice, il senso del Patto migrazione e asilo che entra in vigore negli Stati membri dell’Unione europea, a partire dal 12 giugno, il concetto è semplice: “Patto nuovo con ricette vecchie”. Il 10 giugno durante una conferenza stampa a Bruxelles, in maniera trionfalistica, l’europarlamentare del Ppe, Tomas Tobè ha dichiarato «Siamo riusciti a fare fronte comune e questo ci consente di riprendere il controllo della migrazione verso l’Europa». Ha poi aggiunto «Il Parlamento e la Commissione si sono assunti le proprie responsabilità, ma gli Stati membri non lo hanno ancora fatto pienamente. Ora è importante dare una piena attuazione». Birgit Sippel (Socialisti e democratici, Germania), relatrice per il regolamento sullo screening ha assunto un punto di vista diverso: «Quando parliamo di riprendere il controllo della migrazione, va precisato che il controllo delle frontiere esterne è sempre stato compito dei Paesi di confine, non solo per verificare se chi arriva abbia diritto all’asilo, ma anche per contrastare criminalità, traffico di droga, armi e altro». Il Patto, quindi, «non cambia questo» e «ciò che è mancato in passato era la fiducia tra gli Stati membri e una cooperazione sincera sulla questione di chi fosse responsabile della procedura di asilo!, ha spiegato.
Il gruppo S&D ha votato a favore del Patto se si eccettuano i rappresentanti del Partito democratico il cui voto è stato contrario in quanto è stato ritenuto un compromesso carente nella tutela dei richiedenti asilo e dei diritti fondamentali e perché le regole introdotte aggraveranno eccessivamente il carico sui Paesi di primo ingresso (come l’Italia) senza garantire un meccanismo di redistribuzione obbligatoria ed equa tra tutti gli Stati membri dell’Unione.
In pratica a votare a favore sono stati oltre al Ppe e a quasi tutto il gruppo S&D, i centristi di Renew Europe e alcuni partiti dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr) fra cui Fratelli d’Italia. Voto contrario è stato espresso dalla Lega, dalle altre forze della destra che reputano l’accordo raggiunto troppo blando, dai Liberali, i Verdi e dalla sinistra di The Left che invece lo considerano un grave vulnus per lo stato di diritto. Il voto avveniva, su 10 specifici testi legislativi, nell’aprile del 2024, le basi del Piano erano state proposte nel settembre 2020, ma cosa è accaduto in questi sei anni e nei fatti cosa dovrebbe cambiare? L’obiettivo dichiarato già nel 2020 era quello di raggiungere un accordo sulla ripartizione equa delle responsabilità fra gli Stati membri, nonché sulla solidarietà nella gestione dei cd “flussi migratori”.
Al momento del voto, esponenti di The Left si fecero sentire urlando «This pact kills, vote no!» Una affermazione forte e non di propaganda. Semplificando, l’accordo raggiunto si basa su quattro pilastri fondamentali: Procedure di controllo alla frontiera accelerate; Solidarietà e responsabilità; Gestione integrata delle frontiere e Cooperazione con i Paesi terzi (“sicuri”). Già i pilastri mostrano un ulteriore approccio securitario. Per procedure accelerate si intende la possibilità di velocizzare lo screening (identificazione, controlli sanitari e di sicurezza ecc…) entro 7 giorni dall’arrivo facendo in modo che alla frontiera si definisca immediatamente il diritto o meno a ricevere protezione. Una affermazione che sembra neutrale ne nasconde un’altra molto più significativa che in Italia e non solo si è già tentato di applicare. Ci sono alcuni Paesi di provenienza per cui l’80% delle richieste di asilo vengono rigettate. L’esempio più noto è quello della Tunisia, considerato “paese sicuro”. Con l’applicazione del Patto si vorrebbe fare in modo che, un diritto individuale e soggettivo – ogni persona ha proprie ragioni per cui fuggire – venga quasi annullato dando la priorità al paese di provenienza. Di fatto è l’uccisione del diritto d’asilo per come lo abbiamo conosciuto da tanti anni. Si tornerebbe al secolo scorso quando tale diritto veniva concesso solo a chi fuggiva dai paesi del Patto di Varsavia e, dopo il golpe ma col contagocce, dal Cile. Chi arriva e non viene immediatamente rimpatriato – sarebbe meglio dire deportato – potrebbe essere trasferito in uno dei Paesi UE disponibili – e qui entra in ballo il secondo pilastro della “solidarietà”. Teoricamente chi arriva non dovrebbe essere costretto a restare nel primo paese di approdo ma la realtà è diversa. Nulla è obbligatorio. Gli Stati membri potranno scegliere se e quante persone accogliere ma avranno l’alternativa di fornire un contributo finanziario (20 mila euro per persona) o un supporto operativo, che andranno al Paese in cui saranno ospitati.
I governi dei Paesi del “Gruppo Visegrad” avevano nel 2024 già annunciato indisponibilità tanto all’accoglienza che al pagamento.
La gestione integrata delle frontiere è un altro punto cardine. Per ora consisterà in una modernizzazione della banca dati Eurodac con cui verranno registrate, in maniera più efficace le impronte digitali di chi arriva – a partire dall’età di 6 anni, si sei anni – per tracciare eventuali movimenti non autorizzati all’interno dell’Ue. L’Eurodac, che doveva servire per ragioni di sicurezza oggi si attua anche su bambini, i loro “pericolosi movimenti” saranno trattati alla stregua di quelli che riguardano criminali internazionali, terroristi eccetera. A detta di Jorge Bouxadè (Ecr) «il nuovo regolamento Eurodac consentirà agli Stati membri di lavorare con una nuova banca dati per archiviare e confrontare impronte digitali, dati biometrici del volto, documenti di viaggio e tutte le informazioni necessarie per identificare chi si trova illegalmente nell’Unione europea ai fini del rimpatrio». Uno dei cambiamenti più rilevanti è «il passaggio a file individuali per ciascuna persona», ha spiegato l’eurodeputato. Nell’attuale sistema, infatti, esiste un fascicolo per ogni richiesta di asilo, non per ogni individuo. Sul piano tecnico, il deputato ha avvertito che si tratta di una fase di verifica sul campo per gli Stati membri, che dovranno «dimostrare di disporre dell’infrastruttura tecnica necessaria per connettersi al database».
Con i Paesi terzi (quarto pilastro) si dovrà cooperare delegando parte della gestione dei flussi a paesi extra -Ue, in pratica il “modello Albania”, promuovendo, come sono ambigue le parole, partenariati per prevenire le partenze e facilitare i rimpatri sulla base del concetto di “Paese terzo sicuro”. I paesi che godranno di tale riconoscimento avranno non solo il sostegno per la realizzazione di strutture di detenzione in attesa del rimpatrio ma avranno ampia libertà di manovra per rimandare nel paese di provenienza chi non è gradito. In pratica è un subappalto dei rimpatri. In realtà l’asse portante è uno solo, si chiama “aumento dei rimpatri” (sarebbe più corretto dire deportazione), il volto in doppiopetto dei progetti di remigrazione di cui tanto si parla a destra e che il 13 giugno vedrà una preoccupante adunata xenofoba a Roma. Eppure, si dovrebbe comprendere che un aumento dei rimpatri adeguato alla portata di tali normative sarà impossibile per mille ragioni: dall’indisponibilità dei paesi di provenienza a riprendersi le persone, ai costi per i rimpatri stessi, al semplice fatto che la scelta “proibizionista” non farebbe altro che aumentare i profitti di chi guadagna sulla presenza irregolare con il lavoro nero che spesso rasenta la schiavitù. Una presenza irregolare che per alcuni Paesi, in forme diverse, è poi necessaria per garantire la sopravvivenza di alcuni comparti del lavoro. Le persone irregolari o la cui domanda d’asilo è stata rigettata non potranno dormire certo sonni sicuri ma saranno più facile preda dello sfruttamento e della criminalità organizzata venendo considerati il corpo estraneo da espellere per le istituzioni ma alla fine, per numerose ragioni, come dicevamo, il numero reale dei rimpatri non sarà quello promesso. Verrà mantenuta invece la promessa di aumentare in tutta Europa e, come già detto, anche in altri contesti, il numero dei centri di detenzione per i rimpatri e il tempo massimo di trattenimento (che da 18 passerà a 24 mesi) con buona pace di chi si riempie la bocca di procedure accelerate.
La stessa Birgit Sippel, pur sostenendo il patto, non ha nascosto una delusione rispetto al tempo perso in cui gli Stati membri potevano già recepire e applicare la nuova legislazione e non si sono attivati, Italia compresa che ha da una parte fatto da apripista – in maniera fallimentare – con i centri in Albania, ha provato, incontrando il contrasto delle leggi vigenti, ad applicare la procedura accelerata, ma per il resto è in ritardo su tutto. L’entrata in vigore del Patto in termini così immediati è uno dei passaggi, il successivo avverrà il 12 luglio quando la Commissione Europea effettuerà una prima verifica sull’effettivo recepimento del Patto da parte dei 27 Stati membri. Negli anni precedenti la ratifica si è utilizzato, molto a sproposito, il termine “ricollocamento” di chi arrivava, dai paesi primo arrivo verso gli altri. All’inizio sono state propagandate cifre roboanti poi, rendendosi conto della realtà, l’Ue si è data per il 2026 l’obiettivo di ricollocare 21mila persone in attesa di protezione. Ma gli Stati membri ne hanno promessi circa 10mila mentre Ungheria e Slovacchia hanno tranquillamente dichiarato che non accoglieranno nessuno. Nella conferenza stampa del 10, solo qualche voce fra i socialdemocratici, si è levata per garantire il rispetto dei diritti fondamentali, soprattutto per le persone più vulnerabili, ma affidando il tutto ad un monitoraggio che non è ancora chiaro se sarà affidato ad organismi autorevoli e indipendenti.
A detta di Fabienne Keller (Renew, Francia), relatrice per il regolamento sulle procedure di asilo, il Patto sulla migrazione e l’asilo «avanza in modo imperfetto, disomogeneo, ma avanza». Gli attraversamenti illegali delle frontiere «sono calati del 26 per cento nel 2025 – ha riportato – e i rimpatri supportati da Frontex rappresentano quasi la metà di tutti i rimpatri nell’Ue». Il Patto «è bilanciato – ha aggiunto -. Fornisce agli Stati membri strumenti concreti, scadenze, responsabilità, sistemi informatici, piani di contingenza, rispetta i diritti fondamentali. L’equilibrio non è stato un caso, ma è il risultato del negoziato». Affermazioni che però andrebbero confutate: Frontex, Agenzia europea per il controllo dei confini, sostiene che il 64% dei rimpatri effettuati, spesso mediante respingimenti, siano stati volontari. Ci si permetta di dubitare in merito ad una volontarietà espressa in mare, avendo davanti una nave militare e alle spalle le motovedette libiche in assetto di guerra. Ma questa è oggi l’Europa.
In controtendenza e in perfetta contemporaneità il governo spagnolo ha lanciato una sfida, la regolarizzazione di 500 mila persone in grado di provare di essere giunte nel Paese almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025 e senza precedenti penali. Chi, avendo tali requisiti ne farà richiesta, otterrà un permesso di residenza legale. I Popolari spagnoli hanno attaccato questa misura straordinaria, affermando che nei fatti distrugge il Patto. Di diverso avviso i socialisti secondo cui «La regolarizzazione punta all’inclusione, all’integrazione, a dare uno status a chi è già presente nel mercato del lavoro, affinché possa contribuire al finanziamento dei servizi sociali con le proprie tasse e i propri contributi previdenziali», ha spiegato l’europarlamentare Juan Fernando López Aguilar. Ma a completare questo quadro che – se si eccettuano i provvedimenti spagnoli – fa tremare i polsi, è giunto, quasi in contemporanea il Regolamento rimpatri. Un accordo sul testo è stato da poco raggiunto fra negoziatori del Parlamento e del Consiglio europeo, il testo dovrà tornare in Commissione e poi essere approvato. Si tratta di una delle leggi più severe negli ultimi decenni, per usare un eufemismo. Il testo è nei fatti complementare al Patto, sempre nell’ottica di incentivare i rimpatri: quando sarà ratificato accadrà che una decisione emessa da uno Stato membro (favorevole o negativa verso tale provvedimento) sarà valida ed eseguibile in tutta l’Ue. È previsto poi un maggiore ricorso ad accordi di riammissione con i Paesi di origine e transito, oltre alla possibilità per gli Stati membri di istituire centri di gestione dei rimpatri (hotspot) anche in Paesi terzi, come già sancito dal Patto. La stessa applicazione delle procedure accelerate di frontiera farà si che per i richiedenti asilo la cui domanda è respinta in frontiera, si applicherà una procedura speciale che regolamenterà le condizioni di trattenimento presso i Centri di permanenza per i Rimpatri (Cpr). Il periodo di detenzione avrà una durata massima determinata dalla legge nazionale, che potrà essere estesa nel caso in cui il Paese di origine non collabori alle procedure di identificazione. In conclusione, il 13 giugno ci sarà chi marcerà in maniera inquietante per la “remigrazione e la riconquista” sapendo che, in forma diversa il loro messaggio ha già trovato buone orecchie nelle istituzioni. Anche per questo inizia una fase lunga di opposizione all’applicazione del Patto che vedrà molte forze della sinistra in Europa, convergere.




