Rimpiangere Massimiliano Cencelli a cinquant’anni suonati, dopo che a venti lo consideravamo il becchino degli ideali, sembra una barzelletta. E invece eccoci qua.
È morto sabato pomeriggio a Roma, aveva 90 anni. Nel 1967, funzionario della Democrazia Cristiana, si mise a pesare le correnti e a spartire gli incarichi come le azioni di una società: tanto pesi, tanto prendi. Lottizzazione, poltrone contate al grammo. Giulio Andreotti liquidò quelle carte come “un libro da dimenticare, purché se ne dimentichino tutti”. Solo che in quella contabilità c’era una premessa oggi sparita: chi ha meno voti esiste lo stesso, e un pezzo di tavolo gli spetta.
Guardiamo cosa ci ritroviamo al posto suo. Il 16 luglio la Camera ha approvato lo Stabilicum: 70 deputati e 35 senatori in regalo a chi arriva al 42%, liste bloccate, nome del candidato premier obbligatorio. Il centrodestra intanto viaggia al 41,6%, sotto la soglia che si è cucita addosso da sola. E nel campo largo ci si azzuffa per primarie che dovrebbero sciogliere il nodo dell’Ucraina: prima chi comanda, poi semmai cosa fare.
Cencelli contava le tessere per dare un posto a tutti. Qui si contano gli alleati per levarglielo, e Antonio Tajani e Matteo Salvini siedono al tavolo del governo con l’aria di chi è stato invitato per sbaglio. Il manuale almeno era una regola scritta, valida pure per chi la subiva. Adesso il criterio è la fedeltà a una persona sola, Meloni, che a sua volta la deve a Donald Trump, quello che a luglio le ha dedicato un meme augurandole ordine restrittivo, e lei al vertice ci è andata lo stesso.
Buon lunedì.




