Centonovantotto pagine di ordinanza per dire una cosa sola: Sigfrido Ranucci è la persona offesa. Ieri i carabinieri hanno portato in carcere Valter Lavitola, indicato come il mandante dell’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti a casa sua, a Pomezia, con l’aggravante del metodo mafioso. La gip Iole Moricca mette agli atti che il giornalista è stato “vittima della manipolazione dell’indagato” e che per crederlo d’accordo con il faccendiere “non è emerso alcun elemento”.
Fine della storia? Neanche per idea. Il senatore Maurizio Gasparri (FI), che siede in Vigilanza Rai, si augura che la Rai svolga “fino in fondo” i propri accertamenti, perché chi si erge a giudice di tutti “deve avere una reputazione al di sopra di ogni sospetto”. Sta parlando dell’uomo a cui hanno messo la bomba sotto casa. È lo stesso Gasparri che a marzo, in campagna per il Sì al referendum sulla giustizia, chiamava la vittoria “un obiettivo morale”: garantismo a targhe alterne, e la targa di Ranucci non passa.
Il bersaglio ha un nome e si chiama Report, l’ultima trasmissione che in una Rai sempre più mansueta indaga il potere che la nomina. Siamo scivolati al 56° posto nella classifica di Reporters sans frontières, sette scalini in dodici mesi. E i presunti progressisti stanno a guardare, per la paura di passare da giustizialisti.
Lavitola, intercettato, sperava che il giornalista continuasse a difenderlo. Gasparri chiede invece che a difendersi sia lui. Il faccendiere e il senatore, insomma, hanno lo stesso desiderio: che a pagare sia quello che ha ricevuto la bomba.
Buon martedì.




