La presidente del Consiglio ha politicamente strumentalizzato l’esistenza di sua figlia nel momento in cui ha scelto di esporre pubblicamente la dimensione della sua maternità, trasformandola in una qualità della propria immagine politica come se partorire fosse un pregio e non una funzione biologica comune a tutti i mammiferi.
È probabile che, crescendo, sua figlia possa condividere le sue idee, spesso i figli assorbono valori e disvalori dell’ambiente in cui vivono, ma potrebbe anche succedere che possa sviluppare uno spirito critico.
È pur vero che nell’ambiente politico da cui proviene Meloni è cosa improbabile, ma non si può escludere che sua figlia voglia cercare interpretazioni diverse, che voglia confrontare i fatti, ascoltare punti di vista differenti e costruirsi un’opinione autonoma, non edulcorata, né compiacente, né complice.
Se così sarà, non le resterà che provare vergogna e dolore per essere figlia di una donna che ha costruito il proprio potere facendo esattamente il contrario di ciò che ha dichiarato di fare per anni, chiedendo, quando era all’opposizione, le dimissioni ad ogni piè sospinto per chiunque, ma quando è toccato a lei valutare l’operato dei suoi sodali, li ha protetti e lasciati ben saldi ai posti di potere oltre ogni ragionevole opportunismo.
È stata capace di cambiare posizione ogni volta che ha ritenuto necessario, di fronte ai corpi straziati dei bambini sulle spiagge ha avuto il coraggio di continuare ad emanare provvedimenti che aumentano le vittime di politiche migratorie, ha proposto per il Nobel uno stupratore e seminatore di morte, ha alimentato il risentimento dei penultimi contro gli ultimi, ha sfruttato ogni occasione per imporre politiche servili verso i potenti e vigliacche verso i più fragili, si è resa politicamente complice di un genocidio nel quale sono stati assassinati migliaia di bambini, è a capo di un partito nel quale il risentimento verso le istituzioni democratiche, dopo ottant’anni trascorsi ad essere schifati, sembra essere diventata l’unica cifra interpretativa di ogni posizione politica.
Un giorno le verrà chiesto il conto non delle sconfitte, non degli errori, non delle polemiche, ma della grave responsabilità di aver contribuito a costruire un potere fondato sulla disumanizzazione dei più deboli e sulla protezione dei più forti, ed aver trascinato la Nazione in una debacle nella quale chi ha esercitato la violenza ha avuto spazio e opportunità.
Stiamo parlando anche di una violenza che non lascia lividi e che, proprio per questo, è ancora più insidiosa e difficile da riconoscere.
Una violenza politica che non ha bisogno di mani per colpire, a lei e ai suoi sodali basta la pretesa di imporre una narrazione aggressiva, di trasformare il consenso in un’arma di pressione e di usare il proprio potere per delegittimare chiunque osi dissentire.
È la violenza di chi non concepisce il confronto come uno spazio nel quale misurarsi con posizioni diverse, ma come una minaccia alla propria autorità.
Meloni non sembra cercare di comprendere l’avversario, ma di delegittimarlo e, quando possibile, di cancellarlo dal campo del confronto. Forse perché il confronto diretto, quello nel quale non è sufficiente affidarsi alla comunicazione politica e alla forza del consenso, rischierebbe di rendere evidenti le sue difficoltà nel misurarsi con questioni complesse di politica internazionale, economia, diplomazia e diritto costituzionale, oltre a una ormai indiscutibile difficoltà nel sostenere un vero contraddittorio.
È singolare, per esempio, rivendicare con orgoglio il proprio apprezzamento per artisti come Francesco Guccini, recentemente scomparso, le cui opere o le cui prese di posizione pubbliche sono state esplicitamente critiche nei confronti di quella stessa subcultura politica che lei rappresenta.
Si può naturalmente ascoltare qualunque canzone e apprezzare qualunque artista, ma allora bisognerebbe almeno ascoltare davvero ciò che quelle canzoni dicono, perché rivendicare la propria libertà attraverso parole nate per contestare proprio ciò che si sostiene politicamente rischia di produrre un paradosso piuttosto singolare, ovvero quello di trasformare in un simbolo personale di libertà un messaggio che è rivolto proprio contro di lei, al punto da far seriamente dubitare che abbia compreso le canzoni che rivendica di voler cantare, perché è proprio questa la contraddizione più significativa, non basta citare una canzone, bisogna anche comprenderne il senso.
Non c’è giustificazione storica o economica alla torsione autoritaria che Meloni ha impresso all’Italia trasformando la democrazia indebolita in una dittatura ridicola.
Ha destato attenzione non benevola la sua postura mentre dialogava con altri capi di Stato ed in particolare il gomito appoggiato sul tavolo con la disinvoltura di chi fosse seduto al bancone del bar sotto casa, anziché al cospetto delle massime autorità istituzionali internazionali, a rappresentare tutti, e purtroppo, anche chi non avrebbe mai pensato di poter essere rappresentato da lei.
Un dettaglio apparentemente marginale, ma rivelatore di qualcosa di più profondo, l’incapacità persino di assumere, nel portamento e nei modi, la misura e la solennità che il ruolo che ricopre richiederebbe.
E ciò che continua a sorprendere non è soltanto la distanza tra queste scelte e le loro conseguenze, ma la capacità che Meloni conserva di raccogliere consenso nonostante tutto.
È proprio il profilo di una parte del suo elettorato a suscitare feroci perplessità. Non perché chi la sostiene debba essere considerato peggiore, tantomeno criminale, sarebbe una generalizzazione tanto facile quanto insensata. Ma perché, davanti a certe evidenze, viene spontaneo chiedersi quale sia il meccanismo attraverso il quale il consenso riesca a sopravvivere persino alla realtà.
Alemanno ha sostenuto, con una delle sue battute più efficaci, che i detenuti nelle carceri sarebbero prevalentemente di destra. In effetti quella frase ha avuto il merito di suggerire una conclusione scontata, ovvero che i sostenitori di Meloni non sono ancora tutti finiti in carcere, ma che una buona percentuale potrebbe entrarci.
Resta da capire se sia la realtà a essere diventata così indulgente nei confronti del potere o se sia, più semplicemente, il potere ad aver imparato a piegare la realtà alla propria narrazione tossica.

Portiamole il conto, per favore
Viene spontaneo chiedersi quale sia il meccanismo attraverso il quale il consenso riesca a sopravvivere persino alla realtà



