Dal Fondo per la ricostruzione del clan Haftar alla visita romana del figlio del generale: la non-strategia di Roma tra Tripoli e Bengasi allontana la stabilizzazione e consegna i volontari della Flotilla a un braccio di ferro politico

La Libia, insanguinata per anni da una violentissima guerra civile, si trova nella complessa situazione di avere due compagini governative che non trovano completa integrazione. Di fatto il Paese è diviso, anche dal punto di vista del controllo militare, fra il Governo di unità nazionale di Tripoli (Gun) e il Governo di stabilità nazionale (Gsn) – con sede a Bengasi – che controlla la parte orientale del Paese. Con queste due rappresentative l’Italia ha intessuto rapporti altalenanti al fine di implementare accordi contro l’immigrazione. Proprio per creare una collaborazione per il controllo dell’immigrazione si è preferito iniziare un pericoloso doppio gioco, trattando direttamente con entrambi i governi piuttosto che costruire una collaborazione virtuosa che tendesse alla stabilizzazione.

Quanto accaduto agli attivisti umanitari di supporto alla Flotilla – detenuti dal governo dell’Est, che hanno iniziato uno sciopero della fame e della sete – è purtroppo anche conseguenza di questo paradossale comportamento. L’esecutivo italiano, in maniera goffa e brutale, ha intrapreso infatti tutta una serie di iniziative che con estrema noncuranza lo hanno portato a saltellare da una collaborazione con il governo di Tripoli a una con quello dell’Est del Paese – soprattutto per tramite del famigerato Haftar – e viceversa.

Roma riconosce formalmente il governo di Tripoli, che è poi quello riconosciuto dalle Nazioni unite ma, anche come contropartita per il controllo dell’immigrazione, ha offerto a più riprese una significativa cooperazione economica, militare e diplomatica a discutibili organi dell’altro governo.

Per quanto concerne gli aspetti economici, bisogna ricordare che l’Italia coopera con la Libia di Haftar e con un Fondo per la ricostruzione presieduto da un figlio del generale. Con realtà economiche legate a questo Fondo, e con il Fondo stesso, sono stati firmati nel 2025 e nel 2026 circa cento accordi, festeggiati e celebrati da fonti ufficiali italiane.

Sul versante militare si deve soprattutto rammentare la visita a Roma di Saddam Haftar che, oltre a essere figlio del generale Khalifa Haftar – uomo forte del governo libico che l’Italia ancora formalmente non riconosce -, è il capo di Stato maggiore dell’esercito che lo difende.

Altri Paesi europei, nell’intrattenere rapporti con le due controparti libiche, hanno mantenuto un livello di discrezione ben differente. L’Italia non ne ha dato prova, forse anche per mancanza di conoscenza del problema, al punto che – ricordiamolo – il ministro Piantedosi ha già subito un rifiuto piuttosto imbarazzante quando è stato definito “persona non gradita” dal governo dell’Est della Libia nel 2025, dopo una visita a Tripoli e, di fatto, rimpatriato.

Ma la pericolosità dell’atteggiamento italiano sta soprattutto nel fatto che esso appare del tutto scoordinato nella sua azione in Libia, e la cooperazione strategica con l’una e l’altra parte – portata avanti sia a domicilio sia in Italia – ha come conseguenza il contribuire ad allontanare gli stakeholder da una ricostruzione politica condivisa. Di conseguenza anche l’atto di arrestare alcuni attivisti sul proprio territorio, come fatto da Haftar, diventa un’azione politica per dimostrare la pretesa forza e superiorità rispetto al governo di Tripoli e, quindi, autolegittimarsi.

Si tratta insomma di una sorta di confusa e ingarbugliata strategia di destabilizzazione portata avanti dal medesimo, impacciato, governo su due fronti contrapposti e senza un obiettivo preciso, se non quello di mettere in atto un controllo dell’immigrazione grazie ai proxy libici e creare ulteriore caos. La risposta prevedibile è stata anche quella di arrestare attivisti umanitari capitati sul territorio.

La missione del console generale a Bengasi è il tentativo disperato, in una situazione che ha del tragico, di trovare la quadra in una vicenda ancora in pieno stallo e che è, di fatto, figlia degli errori del governo italiano e del pasticcio creato con i due governi libici per trovare frettolose – e disfunzionali – collaborazioni.

Foto WM di Brahim Guedich
Una imbarcazione della Flotilla attracca al porto di Sidi Bou Said in Tunisia