Chi rifà il verso al fascista appeso appare ridicolo prima ancora che minaccioso

Il fascismo torna sempre con un aggettivo che lo assolve. «Tecnico-tattico», per esempio.

Così Roberto Vannacci ha difeso la parola rimessa in circolo il 5 agosto alla Camera, “rastrellamento”. Sabato l’ha ripetuta dal palco della Versiliana, presentando il generale Carmelo Burgio candidato sindaco di Milano per Futuro Nazionale: «Se chiedessimo a Burgio di rastrellare Rogoredo, saprebbe come farlo». Un chiodo fisso, dice. Lunedì girava ancora, mentre Milano contava i quindici partigiani presi a San Vittore e fucilati all’alba in piazzale Loreto dalla Legione Muti.

L’inventario lo aggiorna lui, con zelo: la «Decima» come slogan elettorale nel 2024, Mussolini “statista come Stalin e Kennedy”, il rifiuto di firmare una dichiarazione di antifascismo, le leggi razziali del 1938 ridotte a pratica d’ufficio del Parlamento. Alla Camera ha citato pure il «Camerata San Paolo».

Chiama coraggio la propria pigrizia. Gianfranco Fini a Gerusalemme, nel 2003, chiamò il fascismo «il male assoluto»; Giorgia Meloni alla Camera, nel 2022, ha messo le leggi razziali nel punto più basso della storia italiana. Ci hanno rinunciato per calcolo, ed era esatto: chi rifà il verso al fascista appeso riesce ridicolo prima ancora che minaccioso.

Vannacci quel conto non lo sa fare e tira dritto. Un generale sospeso undici mesi dal suo stesso ministro per “carenza del senso di responsabilità” ripete a memoria le parole di un regime morto, e a memoria si ripetono le cose che non si sono capite. In piazzale Loreto, del resto, il capo di quel regime lo hanno appeso. Il vocabolario se l’è scelto proprio lì.

Buon mercoledì.

Giulio Cavalli
Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.