L'agghiacciante sterminio della popolazione palestinese che scorre davanti ai nostri occhi non conosce tregua, anche dopo il cessate il fuoco. Purtroppo, con la guerra di aggressione al Libano e all’Iran da parte di Usa e Israele, se ne parla sempre di meno sui media mainstream. E mentre Trump vagheggia di una Gaza a-Lago, resort di lusso costruito su 70mila cadaveri, continuano le azioni israeliane per cancellare anche le ultime tracce del millenario patrimonio artistico della Striscia di Gaza e per annettere i siti archeologici della Cisgiordania, perché «lo dice la Bibbia». Così anche l’archeologia, per il governo Netanyahu e per i coloni, diventa un’arma di guerra. Per avere in diretta il quadro dell’evolversi drammatico dell’uso e dell’abuso dell’archeologia per giustificare l’annessione della Cisgiordania (già validato dalla Knesset, il Parlamento israeliano) basta andare sul sito dell’organizzazione israeliana Emek Shaveh (emekshaveh.org/en), che da molti anni denuncia gli attacchi dei coloni (e non solo) al patrimonio culturale palestinese. Per approfondire abbiamo cercato la storica dell’arte Carla Benelli, che da tanti anni vive a Gerusalemme, lavora per la preservazione del patrimonio palestinese ed è impegnata in progetti di empowerment e di autosussistenza della popolazione palestinese con la ong Pro Terra Sancta.
Carla Benelli, cosa resta del patrimonio culturale di Gaza, fra le più antiche città del Mediterraneo devastata e in larga parte rasa al suolo da attacchi dell’esercito israeliano?
In un monitoraggio dell’Unesco uscito a gennaio 2026 si denunciavano almeno 150 siti culturali importanti danneggiati dai bombardamenti. Gaza aveva un patrimonio culturale di un valore straordinario, che è stato attaccato ferocemente e non solo da oggi. Nel 1948 Gaza contava circa 80.000 abitanti. Poi, dopo la Nakba, è stata raggiunta da una massa importantissima di rifugiati: 2 milioni di abitanti su un territorio di massimo 6 chilometri per 40 di lunghezza. Una massa umana sicuramente sproporzionata rispetto al territorio e anche il patrimonio ne ha risentito. Consideriamo che la Striscia di Gaza che collega Asia, Africa e Europa, è un crocevia Nord-Sud-Est-Ovest ed era uno dei porti principali dell’antichità. Ha un’importanza enorme.
Quali sono i siti simbolo di questa devastazione?
È difficile dire, come accennavo c’è un importante monitoraggio dell’Unesco, ma non è facile sapere quali sono le vere condizioni del patrimonio perché il territorio è stato distrutto in modo sistematico dall’Idf, l’esercito israeliano. Che peraltro vieta l’accesso di missioni apposite, di esperti, di studiosi. Gli studiosi gazawi sopravvissuti sono dovuti fuggire. Cosa sappiamo? Nel Palazzo Al-Pasha (Qasr al-Basha), costruzione mamelucca del XIII secolo, sede del museo archeologico, i 17 mila reperti sono tutti scomparsi. Che è successo, chi li ha presi, dove sono finiti? Non lo sappiamo. Ma potremmo parlare anche della Grande moschea Omari, la più antica di Gaza: la tradizione racconta che era un tempio pagano, diventato poi una chiesa bizantina, poi trasformata in moschea. Ci sono le foto dei danni, purtroppo possiamo esserne certi. Quanto
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