Alla Global Sumud Flotilla è andata bene un’altra volta. Almeno secondo la filosofia politica del presidente del Senato Ignazio La Russa. Le barche sono state intercettate, diversi attivisti fermati, tra loro anche italiani, le comunicazioni disturbate, gli equipaggi costretti a interrompere la rotta verso Gaza. Una fortuna, appunto. Quella fortuna che La Russa aveva già descritto così: «Se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… è il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare».
Forse La Russa ha ragione. La Flotilla è fortunata, ma non nel modo in cui crede lui.
Non perché il fermo sia un premio o la detenzione una strategia comunicativa. È fortunata in un senso più serio, e opposto a quello che La Russa intendeva: viene fermata in un’epoca in cui il fermo lascia tracce.
Questa fortuna è lo specchio della sfortuna storica di Israele. La Flotilla è fortunata perché ogni volta che viene fermata mostra il costo politico del blocco. Israele è sfortunata perché ogni volta che la intercetta deve compiere davanti al mondo un gesto che assomiglia troppo a ciò che vorrebbe negare: il controllo armato dell’accesso a una popolazione assediata.
Il sionismo politico nasce tardi, nell’ultima stagione utile del colonialismo europeo. Abbastanza presto per ereditarne strumenti, protezioni e immaginario; abbastanza tardi da dover sopravvivere quando quel mondo comincia a diventare indifendibile.
I vecchi imperi avevano un privilegio che oggi Israele non ha più: potevano prendere terra, spostare popolazioni, imporre confini, reprimere rivolte, affamare villaggi, e presentarsi ancora come portatori di ordine. La violenza coloniale non doveva continuamente giustificarsi davanti a un mondo formalmente anticoloniale. Israele, invece, deve operare dopo quella frattura. Dopo la decolonizzazione. Dopo il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Dopo le convenzioni internazionali. Dopo le immagini, i testimoni, le reti transnazionali, le flotille. Questa è la sua sfortuna storica: fare oggi ciò che i vecchi imperi poterono fare quando il mondo era più disposto, o costretto, a credergli.
È qui che la Flotilla diventa un problema: non rompe il blocco, ma disturba la sua amministrazione ordinaria. Non libera Gaza né cambia da sola i rapporti di forza. Ma fa qualcosa di più limitato e, proprio per questo, più difficile da liquidare: tenta di raggiungere Gaza senza accettare che l’assedio decida anche la forma del soccorso.
Per questo una barca pesa più del suo carico. Non per la quantità degli aiuti, ma per il percorso che pretende aprire. Porta farina e medicine, ma anche persone, telecamere, passaporti, avvocati, parlamentari e connessioni satellitari. Porta soprattutto una relazione non autorizzata. E nei regimi coloniali la relazione non autorizzata è già una minaccia.
Il colonialismo d’insediamento non finisce con la conquista. Continua quando organizza lo spazio, i passaggi, le attese, le presenze. A Gaza, come in tutta la Palestina, questa struttura ha preso una forma quasi totale: non deve nemmeno espellere tutti per governare tutto. Le basta regolare l’accesso. Chi entra, chi esce, cosa arriva, quanto arriva, quando arriva, sotto quale autorizzazione. La Flotilla colpisce qui: non nella forza, ma nella forma. Arriva senza chiedere il permesso di arrivare.
La frase di La Russa serve a proteggere quel monopolio. Se gli attivisti sono propagandisti, allora il blocco può restare sullo sfondo. Se essere fermati è una fortuna, allora il fermo non è più un atto politico da interrogare, ma una specie di premio mediatico. È un ribaltamento perfetto: discutere di chi denuncia, non di ciò che viene denunciato.
Ma la flotilla non ha bisogno di purezza morale per essere politicamente seria. Ogni azione pubblica calcola anche la propria immagine. Lo fanno i governi, i partiti, i ministri, i presidenti del Senato. La differenza è che il potere considera istituzionale la propria esposizione e propagandistica quella degli altri. La Flotilla tenta di raggiungere Gaza senza riconoscere all’assediante il diritto di regolarne il passaggio. Porta aiuti, certo. Ma soprattutto porta contatto. E il contatto è ciò che un blocco deve impedire prima ancora dell’arrivo. Per questo Israele la ferma. Per questo La Russa la deride. Sono due gesti diversi, ma lavorano nella stessa direzione. Il primo impedisce il passaggio. Il secondo prova a screditarne il senso. La derisione serve quando la repressione da sola non basta. Serve a dire che chi parte non è serio, che chi denuncia esagera, che chi viene fermato se l’è cercata, che chi prova a portare aiuti voleva soprattutto essere visto. Serve a trasformare la solidarietà in vanità prima ancora che possa diventare accusa.
Ma è qui che il dispositivo si inceppa: se quelle barche sono solo teatro, perché fermarle?
Qui la “fortuna” cambia definitivamente lato. La Russa pensava di smascherare la fortuna degli attivisti. Ha indicato, senza volerlo, la sfortuna di un potere coloniale nato troppo tardi: dover ancora assediare, controllare, filtrare, respingere, ma in un mondo in cui ogni barca porta con sé un archivio che nessun abbordaggio può sequestrare.
L’autore: Valerio Di Fonzo, Ph.D. Candidate, Department of Anthropology, University of New Mexico
Immagine tratta da un video della Global Sumud Flotilla




