Un progetto pro bono per trasformare la “cicatrice” della Torre dei Conti in un segno architettonico e il sito in un nuovo museo dei Fori imperiali. Ne parliamo con i due ideatori, gli architetti della Sapienza Antonino Saggio e Alessandro Cristoferi

Il 3 novembre 2025, il crollo di uno sperone della Torre dei Conti ha segnato Roma con una tragedia che ha causato la morte di un operaio e il ferimento di altri quattro colleghi. In risposta a questo fatto drammatico, che ha anche creato una ferita nel patrimonio del centro storico di Roma, Antonino Saggio, docente di Progettazione architettonica e urbana alla facoltà di Architettura della Sapienza università di Roma, e il suo giovane assistente Alessandro Cristoferi hanno sviluppato un progetto pro-bono che propone una visione radicalmente innovativa per il restauro e la trasformazione della torre in un museo dei Fori imperiali. Attraverso l’uso di superfici reotomiche e tecnologie costruttive all’avanguardia, il progetto cerca di trasformare una ferita urbana in un’opportunità di rinascita culturale. Per approfondire e conoscere il progetto più nel dettaglio abbiamo rivolto loro alcune domande.

Professor Saggio, come è nata l’idea di questo progetto pro-bono e quale messaggio volevate trasmettere con questa proposta?

Il 3 novembre 2025 rimarrà una data dolorosa nella memoria collettiva di Roma. Non solo per la perdita di una porzione significativa del nostro patrimonio architettonico, ma soprattutto per il bilancio umano: una vita spezzata e quattro persone ferite. Di fronte a eventi così drammatici, la tentazione più forte della politica è quella di rifugiarsi in una ricostruzione nostalgica che segue il principio del “com’era e dov’era’. Questo approccio, sebbene comprensibile dal punto di vista emotivo, finisce per cancellare la storia recente e nega alla città l’opportunità di una vera riflessione critica. L’esempio più emblematico è stato quello del Teatro La Fenice di Venezia: dopo l’incendio devastante, la scelta conservativa prevalse su visioni più coraggiose e innovative che avrebbero potuto dialogare con la contemporaneità. Con Alessandro Cristoferi, abbiamo sentito immediatamente la necessità di offrire alla città un contributo radicalmente diverso. Non volevamo rimanere spettatori passivi di fronte all’ennesima occasione perduta.

E cosa avete fatto?

La nostra proposta nasce da una convinzione profonda: quella frattura di 13 metri che si è aperta nel muro della Torre non deve essere nascosta come una ferita vergognosa da suturare il più rapidamente possibile. Al contrario, deve essere cristallizzata, preservata, trasformata in un elemento architettonico significante. Immaginiamo questa fessura come una “ruinis memoria” - una memoria vivente della rovina - che diventa fonte di luce naturale per l’interno della torre, un elemento che parla simultaneamente di fragilità e resilienza, di perdita e rinascita. E qui

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