A Venezia, la mostra In minor keys trasforma poesia, tessitura, performance in un gesto politico di rivolta, contro il genocidio a Gaza, contro il razzismo. Contro l’art washing dei padiglioni nazionali

L'arte ripudia la guerra, denuncia la violenza, squarcia il velo sui traumi che determina nei bambini, negli anziani, nelle donne, in chi è costretto suo malgrado ad andare al fronte. Con la mostra centrale all’Arsenale di Venezia la Biennale d’arte 2026 denuncia con forza il genocidio a Gaza.

Trasmette questo messaggio attraverso le opere di 110 artisti provenienti da ogni parte del mondo, che incarnano il progetto pensato dalla curatrice camerunense Koyo Kouoh, prematuramente scomparsa il 10 maggio 2025. La mostra da lei concepita, intitolata In minor keys, esprime una visione chiara (che non ha niente di incompiuto): è un rifiuto netto della guerra e di ogni forma di violenza ma al contempo è un appello vibrante, che non perde fiducia nell’umano. La bellezza, il calore e la profondità di tanta parte delle opere che incontriamo lungo il percorso espositivo lo trasmettono a pelle. Per quanto la provenienza degli artisti sia molto differente, per aree geografiche, tecniche, estetica e molto altro, la collettiva aperta fino al 22 novembre è percorsa e tenuta insieme da un anelito profondo: l’esigenza di riparare il mondo lacerato da conflitti. Con un linguaggio senza parole, solo per immagini, In minor keys ci parla della necessità di curare le ferite visibili e non visibili. Anche quelle lasciate dalla pandemia. Colpisce a questo riguardo l’installazione video dell’artista coreana Yo-E Ryou che con Breath Orchestra racconta di essere uscita dall’esaurimento newyorkese trovando rifugio in un’isola della Corea del Sud tra le donne Haenyeo, che si immergono a dieci metri di profondità nel mare per raccogliere cibo. Una bellezza profonda e ipnotica che fuori dalla mostra trova eco nelle calligrafie che emergono dal buio del padiglione cinese all’Arsenale, dove un robot traccia l’ideogramma della parola sogno regalando stampe ai visitatori, gettando un ponte fra l’antichità di una civiltà millenaria e il futuro. A campo della Tana Castello 2126, invece, come in un sogno rivivono angoli di una struggente Hong Kong notturna. Nel buio che Pechino

ha fatto calare sulla vita di questa città libera e multiculturale cercando di normalizzarla con l’imposizione della legge nazionale freme ancora un profondo movimento.

La mostra Fermata: Hong Kong

 in Venice, curata dall’Hong Kong Museum of art lo racconta indirettamente, poeticamente, attraverso le opere di Kingsley Ng e Angel Hui, che con le loro installazioni costruite su ritmi minimi, luce, suono, movimento e gesti quotidiani dialogano con il tema generale della Biennale, In minor keys. Le installazioni di Kingsley Ng che evocano i panni stesi sulle canne di bambù che attraversano le strade di Hong Kong qui dialogano con i fili di bucato e bandiere palestinesi che attraversano le calli. Osservati da un interno, fra cuscini sparsi, questi paesaggi urbani invitano a rallentare, ad abbassare il volume, a guardare ciò che di solito resta invisibile nella vita urbana. Più in là, con sacchetti trasparenti dipinti e cuciti a mano da ricamatrici di Suzhou e poi illuminati lampade al tungsteno, Angel Hui crea un magico e pulsante paesaggio interiore che ci parla dell’anima viva di Hong Kong che ancora cova sotto la brace.

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