La tratta e lo schiavismo sono riconosciuti dall’Onu come i più gravi crimini contro l’umanità. E una recente risoluzione prevede pratiche di giustizia riparativa da parte delle potenze occidentali. Tra queste, la restituzione del patrimonio d’arte trafugato alle popolazioni africane

Lo smantellamento progressivo delle principali organizzazioni internazionali, dall’Onu alla Corte penale internazionale, avvenuto con ritmo accelerato nell’ultimo triennio, è sintomo e causa fra le più evidenti della rottura profonda dell’ordine geopolitico mondiale, così come costituito dalla fine del secondo conflitto mondiale. Un’apocalisse, nel senso etimologico del termine. Un disvelamento, quindi, dell’ipocrisia su cui l’Occidente ha continuato ad adagiarsi per decenni: quella di regole pretese come universali, ma di fatto applicate secondo un doppio standard che ha privilegiato pressoché sempre pochi Paesi, per lo più occidentali, e che, negli ultimi mesi, con brutalità crescente, non riesce più a nascondere il divario fra retorica e realtà.

Eppure, nonostante la progressiva erosione subita, questi organismi continuano ad esistere e a rappresentare fra le pochissime arene possibili dove esprimere se non azioni di contrasto efficaci alla logica delle armi, almeno visioni alternative alla pura e semplice legge del più forte.

Il 25 marzo scorso, l’assemblea generale dell’Onu ha adottato la Risoluzione A/80/L.48 con la quale si riconosce la tratta transatlantica delle popolazioni africane e lo schiavismo ad essa connesso come il più grave crimine contro l’umanità, tale da rendere necessarie pratiche di giustizia riparativa.

In quest’ultima direzione, la risoluzione, presentata dal Ghana che, attraverso il proprio presidente, si è fatto portavoce delle istanze dell’Unione africana e della Caricom, la Comunità caraibica, contiene un appello alla comunità internazionale affinché sia intrapreso un dialogo costruttivo per l’avvio di iniziative finalmente operative. Secondo il diritto internazionale, la giustizia riparativa si conforma ad una serie di principi che, oltre a scuse ufficiali e formali, comprendono restituzioni (tra cui quelle dei beni e del patrimonio d’arte trafugati, ndr) e precise garanzie che i crimini commessi non si ripetano più.

In realtà non si tratta della prima volta in cui le Nazioni Unite

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