Il rosso caldo della copertina cattura lo sguardo: luminoso, intenso, quasi un abbraccio visivo. Non è il rosso della rabbia, ma quello della passione e dell’amore che illumina e scalda, che invita a entrare in uno spazio di ricerca e comprensione. Già la scelta cromatica suggerisce una direzione chiara: rifiutare i toni freddi e cupi con cui spesso viene raccontata l’adolescenza, restituendo complessità e spessore.
Il volume L’amore non è possesso. Riconoscere la violenza nelle relazioni tra adolescenti della psicologa e psicoterapeuta Cecilia Iannaco, da poco uscito per L’Asino d’oro ed., si distingue per l’intento: non solo affrontare la violenza nelle relazioni giovanili, ma proporre un’indagine psicologica e sociale che, lontana da semplificazioni e retoriche, mostra quante immagini distorte siano state negli anni attribuite a questa età e come la società tutta sia responsabile dei contenuti violenti che si ripetono fra stereotipi e pregiudizi.
In tale prospettiva, l’adolescenza non è più un mondo chiuso. «Non ha una struttura statica, ma è, al contrario, uno scambio fra l’interiorità personale e la proposta sociale, fra la personalità singola e il modo in cui l’adolescenza stessa viene pensata e accolta dal nostro tempo». Una visione che già si affranca da letture allarmistiche, in cui ciò che viene definita “crisi” non riguarda solo i giovani, ma coinvolge il mondo adulto: «La crisi dell’adolescente è, spesso, la crisi dell’adulto. L’adulto, che ha annullato il bambino che il ragazzo è stato, fatica a riconoscerlo: si sente confuso, impotente, a volte persino tradito».
In questo quadro, l’incertezza non è un limite, ma un movimento interno della crescita, che gli adulti spesso faticano a leggere, finendo per proiettare sui ragazzi le proprie inquietudini.
Il testo è un dialogo con genitori e adulti: non un discorso giudicante, ma un invito a riconsiderare lo sguardo sull’adolescenza. Un dialogo che si apre con il mito di Amore e Psiche come modello di relazione fatta di sensibilità, fiducia e riconoscimento dell’altro. Nel solco del pensiero dello psichiatra Massimo Fagioli, l’autrice ricorda il rifiuto di Edipo e la condanna Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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