Il 20 aprile il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha scritto ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo (FdI): la riforma delle intercettazioni produce effetti “oltremodo gravi e allarmanti” sul contrasto alla criminalità organizzata. Una lettera che Colosimo avrebbe tenuto nel cassetto, stando alle accuse M5S.
La norma è il divieto di far “circolare” le intercettazioni tra procedimenti, introdotto nel 2023 e confermato dalla legge Nordio. Il principio dichiarato: la privacy.
Melillo scrive: si possono usare intercettazioni di un altro procedimento per la ricettazione da furto, ma non per riciclaggio mafioso. Per documento falso, ma non per scambio elettorale-mafioso. Corruzione, reati fiscali, intestazione fittizia: fuori. I colletti bianchi che collaborano con la mafia risultano più protetti di chi ruba uno scooter.
Per non perdere le prove, le procure avviano le stesse intercettazioni su ogni fascicolo. I costi lievitano, le risorse si disperdono. Melillo chiede “urgente riflessione”: linguaggio istituzionale per una denuncia.
Il governo sapeva? Se non aveva valutato questi effetti, ha legiferato sull’antimafia senza consultare chi fa antimafia. Se li aveva valutati, ha scelto di andare avanti. C’è poi un terzo scenario: che la norma producesse un effetto non dichiarato ma non sgradito. I reati di riciclaggio e scambio elettorale collegano la criminalità organizzata alla politica. Sono i reati con gli imputati più eccellenti.
Qualunque risposta il governo scelga di dare quella lettera ora esiste.
Buon martedì.




