Insomma, le scuse pretese sono per il video

Ieri sera alla Farnesina è entrato l’ambasciatore di Israele convocato per chiedere scuse sul video. Solo sul video. Il sequestro di 430 civili in acque internazionali, gli spari sulla Girolama battente bandiera italiana, gli 87 in sciopero della fame, restano fuori dalla porta.

È la stessa logica con cui ieri Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, ha attaccato il collega Itamar Ben-Gvir: «Ha consapevolmente arrecato danno al nostro Stato». Il problema dichiarato è il danno d’immagine. Ben-Gvir in camicia nera fra i corpi a terra, l’inno Hatikva dagli altoparlanti, una donna che implora mentre lui dice «ottimo lavoro» agli agenti: questo è il danno. Il fatto in sé, no.

Solo che il danno e il fatto sono la stessa operazione. Benjamin Netanyahu lo dice quasi a chiare lettere: rivendica «il diritto di impedire» alla Flotilla l’ingresso, e sconfessa solo la regia del collega. L’azione è legittima, l’inquadratura è imbarazzante. Roma fa la stessa cosa al contrario: pretende scuse per il filmato, mai per il sequestro. Guido Crosetto su X scrive che «non abbiamo l’abitudine di arrestare le persone in acque internazionali», di fatto qualificando l’operazione come pirateria. E intanto i 22,6 milioni di materiali militari italiani movimentati verso Israele nel 2025 continuano a viaggiare su licenze pregresse, e il 21 aprile scorso Italia e Germania hanno bloccato in Consiglio la sospensione dell’accordo UE-Israele.

Insomma, le scuse pretese sono per il video. Stavolta le telecamere erano accese. Il problema mai è stato la camicia nera di Ben-Gvir.

Buon giovedì.