Del ponte sullo Stretto, oggi, esiste un modellino: quello che la figlia di Matteo Salvini gli ha regalato a Natale, “in attesa di quello vero”. Esiste una società, la Stretto di Messina Spa, con 672 milioni di capitale, che nell’ultimo anno ha speso 14,8 milioni tra stipendi e consulenze. E da ieri esiste un’inchiesta della Procura di Roma per corruzione. Il ponte di acciaio, ancora no.
Il procuratore Francesco Lo Voi ha iscritto tre indagati: l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, in pensione da febbraio, l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, già nel cda della società e dal 2021 al 2024commissario della Lega in Calabria, e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio. Sono indagati, fino a prova contraria innocenti: l’accusa è un’ipotesi, e qui la prudenza resta d’obbligo.
L’ipotesi, però, pesa. Secondo i pm avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli una poltrona dopo la pensione, per ammorbidire l’esame di legittimità sul progetto.
Torniamo a ottobre, sempre quella Corte. Il 29 ottobre 2025 i giudici negarono il visto alla delibera Cipess da 13,5 miliardi, e il governo gridò allo scandalo: Giorgia Meloni parlò di “intollerabile invadenza”, Salvini della “casta dei giudici”. Oggi l’accusa racconta che qualcuno, quei giudici, provava ad avvicinarli. Per spingere il ponte, stando ai pm.
Conviene dirlo con calma: il ponte è stato pensato come capitale politico più che come opera. È la tentazione di chi sa di non lasciare riforme e cerca qualcosa di tattile, una targa da inaugurare. Qualcosa che resti e porti il suo nome.
Il ponte vero, con ogni probabilità, non si vedrà. Di sicuro non con questo governo, che a marzo ha spostato 2,8 miliardisulle ferrovie e allungato il cronoprogramma al 2034. Resta il modellino sotto l’albero. E adesso anche un fascicolo.
Buon mercoledì.




