Donald Trump sabato sera ha annunciato su Truth che l’accordo con l’Iran era “ampiamente negoziato” e che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato riaperto. Ventiquattro ore dopo si corregge, dicendo di non avere fretta. Nel frattempo Benjamin Netanyahu convoca il gabinetto di sicurezza, pubblica su X una foto generata con l’intelligenza artificiale dove abbraccia il presidente americano e scrive che l’Iran “non avrà mai armi nucleari”.
Sembra un dettaglio di colore e invece è la cronaca di chi comanda davvero. La bozza di accordo, raccontata da Axios e dal New York Times, prevede una tregua di 60 giorni, la riapertura dello stretto da cui passa il 20% del petrolio mondiale via mare, e soprattutto il cessate il fuoco in Libano tra Israele e Hezbollah. Quello è esattamente il punto che a Netanyahu non torna.
Il premier israeliano va al voto anticipato: il 20 maggio la Knesset ha approvato la dissoluzione con 110 voti su 120, le elezioni cadranno entro il 27 ottobre, il Likud nei sondaggi è secondo dietro la coalizione di Yair Lapid e Naftali Bennett. La guerra è il suo programma elettorale. Di fatto l’unico. E così Trump, di ritorno dalla telefonata, gli garantisce per iscritto il “diritto di Israele a difendersi su ogni fronte, incluso il Libano”. Tradotto: Israele continua a bombardare e l’accordo sul Libano, in pratica, non vale.
In tutto questo il presidente americano viaggia al 31% di approvazione, minimo storico, con i midterm di novembre che si avvicinano. Avrebbe bisogno della pace come ossigeno. Eppure quando il telefono squilla da Gerusalemme, sposta la firma. Sostanzialmente: il padrone di casa è un altro.
Buon lunedì.




