Amnesty e Freedom house documentano 126 casi di repressione transnazionale nel 2025. Ma quando a perseguitare i dissidenti è un alleato, l'Occidente guarda dall'altra parte

Un rapporto appena pubblicato dall’associazione Canadians for justice and peace in the middle east, Cjpme, fa eco a un rapporto di aprile di Amnesty international che sottolinea la gravità della situazione e che condanna anche l’atteggiamento di Paesi come gli Stati Uniti che con la loro politica di repressione delle migrazioni offrono terreno fertile alla repressione. Nel rapporto di Amnesty viene chiaramente affermato che l’amministrazione Trump ha implementato un’agenda razzista e lesiva dei diritti umani che ha disumanizzato e criminalizzato i migranti e le persone in cerca di rifugio e asilo.

Ma il sottile gioco della repressione internazionale si fa anche attraverso lo sfruttamento sfacciato dello smart power. Prendiamo ad esempio Freedom house, Ong con sede a Washington e sulla quale pesano sospetti molto definiti di influenza da parte del governo Usa. Nel rapporto di Freedom house del 2025 il numero certo di gravissimi atti repressivi che hanno colpito persone ritenute oppositori politici su territori esteri è stato di 126, in linea con quanto avvenuto nel 2023, mentre nel 2024 si era raggiunto il numero di 160. I Paesi che secondo Freedom house abitualmente compiono questo tipo di violazione dei diritti umani sono ben 54. Il primato spetta alla Cina, ma poco sotto, come numeri e non come gravità, si trovano la Turchia, con le azioni repressive commesse specialmente contro persone di etnia curda, e la Russia di Putin. Chiaramente gli Stati Uniti vengono a malapena menzionati come facilitatori degli atti repressivi e ciò fa comprendere quanto lo strumento Freedom house, che pure ha spesso criticato la repressione made in Usa, possa far comodo alle politiche di Trump per un’opera di maquillage delle brutali violazioni perpetrate da Washington e da molti suoi alleati.

Un triste esempio di Paese amico degli Usa e dell’Occidente cui fa comodo il silenzio-assenso occidentale è il Pakistan. Vi sono fortissimi sospetti e, in alcuni casi, vere e proprie certezze investigative, che agenti pakistani abbiano assassinato o intimidito dissidenti migrati all’estero sfruttando reti informali, criminalità locale e pressione sulle comunità della diaspora. Il fenomeno è emerso soprattutto negli ultimi anni, ma è purtroppo in auge da tempo e diviene sempre più grave e abituale, come afferma Francesca Marino che ha molto studiato la problematica.

La Gran Bretagna rappresenta uno dei tanti teatri di questa repressione transnazionale. Non è un caso: il Regno Unito ospita una vasta diaspora pakistana, profondamente radicata nella vita economica e politica britannica ma anche attraversata da tensioni etniche, religiose e ideologiche che spesso riflettono quelle del Paese d’origine. Attivisti baluci, giornalisti, ex funzionari e oppositori politici hanno denunciato negli anni intimidazioni, sorveglianza e minacce provenienti da ambienti vicini all’intelligence pakistana. In alcuni casi le pressioni si sono estese persino ai familiari rimasti in Pakistan, una tecnica sempre più comune nei sistemi repressivi contemporanei: colpire chi è rimasto in patria per silenziare chi parla dall’estero.

Il tema è particolarmente delicato perché il Pakistan continua a essere considerato da Washington e Londra un interlocutore strategico sul piano della sicurezza regionale, si pensi al ruolo da “mediatore” nella guerra contro l’Iran, dell’antiterrorismo e degli equilibri in Afghanistan. Questa relazione rende inevitabilmente più difficile una condanna netta delle violazioni compiute da Islamabad, soprattutto da parte del governo Trump. In altre parole, la repressione transnazionale diventa tollerabile quando a esercitarla è un alleato utile.

Ed è proprio qui che emerge una delle più grandi contraddizioni occidentali sul tema dei diritti umani. Mentre Paesi come Cina, Russia o Iran vengono giustamente denunciati per le loro operazioni contro dissidenti all’estero, casi analoghi che coinvolgono partner strategici ricevono spesso un’attenzione molto più limitata. La repressione transnazionale non appare dunque soltanto come uno strumento autoritario, ma anche come un fenomeno profondamente legato agli equilibri geopolitici e alla convenienza diplomatica e politica.

In questo quadro si inserisce anche il caso di al-Masri, che ha attirato l’attenzione di osservatori e associazioni per i diritti umani e per il quale l’Italia è stata giustamente deferita agli organi della Corte penale internazionale. Al-Masri è accusato di aver perpetrato vari crimini e di essere dirigente di un complesso modello criminale. La rete all’interno della quale si inseriva il carcere diretto da al-Masri è stata accusata di gestire un sistema transnazionale di detenzione, traffico e violenza contro migranti e oppositori, con effetti estesi oltre i confini libici. Al-Masri, notizia di qualche giorno fa, ha proposto un ricorso alla Cpi dal momento che, grazie all’Italia che lo ha rimpatriato, è oggetto di un procedimento giudiziario nel suo Paese di origine, la Libia. Il ricorso potrebbe essere oggetto di inammissibilità, viste le circostanze, ma tuttavia è stato reso possibile grazie agli eventi noti.

Se criminali del calibro di al-Masri riescono a eludere la giustizia internazionale è spesso grazie all’aiuto di “Stati canaglia” come l’Italia, che in aperta violazione di un atto della Cpi ha rimpatriato il libico con un volo di Stato. Il punto centrale non è soltanto il singolo episodio, ma il modello che sembra emergere: governi formalmente alleati dell’Occidente, soprattutto degli Usa, che adottano pratiche sempre più aggressive contro oppositori rifugiati all’estero, contando spesso sulla complicità dei partner occidentali. Nel caso italiano questo emerge a causa dei pasticci e dell’incompetenza del governo ma, con l’aiuto di apparati di sicurezza più competenti, stranieri, molti altri criminali riescono a eludere la giustizia internazionale colpendo con la disumanità della repressione transnazionale. E tutto ciò avviene con metodi sempre più pressanti e sempre più violenti.

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