I data center che alimentano l’Ia consumano energia come città intere. Si è così riaperta la porta al nucleare con il beneplacito del Pentagono

Quando verso la fine del 2022 apparve ChatGpt, fu chiaro ai più che qualcosa stesse cambiando per sempre nel mondo dell’informatica. Per la prima volta, un software rispondeva a domande poste in linguaggio naturale con risposte date nel medesimo modo, con frasi coerenti e ben argomentate, quasi come un amico. Fu l’avvio di una mitologia dell’Intelligenza artificiale (Ia): macchine intelligenti che ragionano, forse persino senzienti. Ben alimentato dall’industria high tech, il mito ci invita a credere che basterà sviluppare modelli di Ia sufficientemente grandi, addestrarli con enormi quantità di dati e farli elaborare in giganteschi data center per raggiungere la tanto agognata intelligenza artificiale generale, destinata a risolvere i problemi dell’umanità e del pianeta, una volta allineata ai desideri di chi la creerà. Un racconto delle meraviglie che presto si trova a sbattere con un ostacolo: i data center sono voraci divoratori di energia. Una necessità apparentemente ineludibile che sta ridisegnando gli equilibri tra tecnologia, energia e potere. In questo, protagonista inaspettato, si profila il ritorno dell’energia nucleare.

Tra hype e realtà Le necessità energetiche legate alla Ia stanno già oggi mettendo in sovraccarico le reti elettriche, con consumi stimati pari all’8% del totale entro un paio di anni. Non potendo fermare la “macchina delle meraviglie”, le big tech

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