Un altro anno scolastico sta finendo e, come accade negli ultimi anni, lo studio di psicoterapia riceve ragazzi che rischiano la bocciatura, che si aggiungono ad altri che sono arrivati dopo aver perso l’anno, e lottano per non perderne un altro. Alcuni di loro attraversano una tipica crisi adolescenziale della quale però, per via della ribellione ostinata che la caratterizza, rischiano di pagare gravi conseguenze, che in assenza di cure li condannerebbero allo stigma e all’angoscia del fallimento. Altri sono ragazzi “con l’etichetta”: la citazione rende omaggio a un coraggiosissimo libro di Michele Zappella, neuropsichiatra infantile di lungo corso e chiara fama - a lui si deve la descrizione di una variante della sindrome di Rett, grave malattia neurologica congenita, che ora porta il suo nome -, che già da qualche anno ha lanciato un allarme troppo poco ascoltato nel suo libro dall’eloquente titolo Bambini con l’etichetta. Dislessici, autistici e iperattivi: cattive diagnosi ed esclusione (Feltrinelli).
Quest’anno però l’urgenza di occuparsi di questo tema è dettata dalla tragica notizia del suicidio, la sera del 16 aprile scorso a Roma, di un ragazzino di tredici anni che ha lasciato un biglietto: «Sono stanco della scuola». Vicini al dolore dei suoi cari, non vogliamo sapere altro. Ma non chiedersi perché l’ennesimo ragazzo, e poi così piccolo, metta fine alla propria vita ancora tutta da fare lanciando un’accusa tanto forte sarebbe colpevole, e ignorerebbe un dato che chiunque si occupi di adolescenza deve aver ben presente. Ovvero Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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