Gli alieni camminano tra noi. Vivono nei nostri quartieri, frequentano le scuole dei nostri figli, fanno acquisti negli stessi negozi. Per sessant’anni – annunciava Aliens.gov al momento del lancio – il governo degli Stati Uniti avrebbe custodito il segreto della loro presenza. La prima impressione è quella di assistere a una rivelazione: il lessico è da archivio desecretato, la grafica da fantascienza cospirazionista, il tono da trailer di una serie televisiva sugli Ufo. Poi, scorrendo la pagina, il colpo di scena si chiarisce: gli aliens non sono extraterrestri. Sono immigrati irregolari. Aliens.gov, sito ufficiale della Casa Bianca, non racconta quindi la vita nello spazio, ma mette in scena arresti, espulsioni e segnalazioni all’Ice, l’agenzia federale che si occupa anche del controllo e dell’applicazione delle norme migratorie.
Della trovata si è parlato molto, proprio perché sembrava fatta apposta per farsi notare: un dominio governativo dal nome ambiguo, una grafica da file segreto, il richiamo agli Ufo, la battuta incorporata in una pagina istituzionale. Ma una volta esaurita la prima circolazione mediatica, resta la parte più interessante del caso. Aliens.gov non è soltanto una delle tante provocazioni comunicative dell’amministrazione Trump, né un gioco di parole costruito per far parlare di sé. È un oggetto politico e culturale che mostra come una politica pubblica possa diventare esperienza digitale; non solo propaganda, ma interfaccia.
A prima vista si potrebbe liquidare il caso come l’ennesima operazione di cattivo gusto. Sarebbe però una lettura insufficiente. Aliens.gov non è interessante soltanto per ciò che dice, ma per il modo in cui organizza il rapporto tra istituzione, cittadino e paure. Come ogni interfaccia, non si limita a mostrare contenuti: orienta gesti, produce abitudini, suggerisce ruoli. Qui il cittadino non è soltanto spettatore della propaganda ma progressivamente accompagnato verso una possibile azione: guardare, sospettare, segnalare.
Il sito si colloca in un punto preciso della comunicazione politica contemporanea: là dove l’amministrazione abbandona il registro apparentemente neutro della burocrazia e assume la forma del contenuto virale. La pagina non presenta semplicemente dati sull’immigrazione, ma li inserisce in una scena narrativa. «They walk among us», «Declassified», «Top Secret»: ogni elemento costruisce un’atmosfera di rivelazione. L’utente non è invitato soltanto a consultare una pagina informativa, ma a entrare in un racconto. E il racconto è quello dell’infiltrazione.
Il primo livello è linguistico. Nel diritto statunitense, alien è un termine tecnico: 8 U.S. Code § 1101(a)(3) definisce così ogni persona che non sia cittadina né national degli Stati Uniti. Dunque, a differenza della traduzione italiana più immediata, la parola non nasce in questo contesto come immagine fantascientifica, ma come categoria giuridica. È proprio in questo passaggio che si apre il problema politico: una parola può essere prevista dalla legge e, allo stesso tempo, produrre effetti tutt’altro che neutrali quando entra nel discorso pubblico.
Negli ultimi anni, una parte delle istituzioni, del giornalismo e della società civile statunitense aveva cercato di prendere distanza da formule come alien o illegal alien, sostituendole con espressioni come noncitizen o undocumented individual. Non era semplicemente una scelta terminologica, ma il riconoscimento del fatto che le parole – soprattutto quelle amministrative – non descrivono soltanto condizioni giuridiche: influenzano il modo in cui una società vede le persone a cui quelle categorie si applicano. Aliens.gov compie il movimento opposto: prende una parola già disponibile nel lessico legale e la collega deliberatamente all’immaginario dell’invasione extraterrestre. Il risultato non è una semplice ambiguità, ma un dispositivo di “alterizzazione”.
Alien, in questo contesto, non indica più soltanto chi non appartiene formalmente alla comunità dei cittadini. Diventa il nome di una presenza estranea, nascosta, sospetta. Il migrante non è rappresentato come lavoratore, vicino, studente, genitore, soggetto di diritti, ma viene confinato nel linguaggio dell’intrusione.
Il secondo livello è estetico. Aliens.gov sfrutta un immaginario ormai sedimentato nella cultura popolare americana: dossier segreti, archivi classificati, cover-up governativi, Ufo, rivelazioni a lungo negate. La grafica da fantascienza non serve solo ad attirare clic ma trasforma la politica migratoria in una rivelazione: finalmente qualcuno dice la verità, finalmente il segreto viene rotto, finalmente il nemico interno viene nominato.
Ma Aliens.gov non si limita a evocare la minaccia: offre un pulsante, «Report suspicious aliens», che rimanda al canale dell’Ice per le segnalazioni dei cittadini. È qui che la metafora smette di essere solo estetica e diventa pratica amministrativa. L’Ufo è l’esca, il lessico fantascientifico è l’involucro pop, ma il gesto finale è molto concreto: trasformare il visitatore in possibile informatore.
Non siamo più davanti a una comunicazione politica rivolta a un pubblico passivo, chiamato soltanto ad approvare, indignarsi, ridere o condividere. Siamo davanti a un’interfaccia che chiede collaborazione. Il cittadino non è soltanto destinatario della propaganda ma è invitato a partecipare alla sorveglianza. Deve guardare il proprio quartiere, la scuola, il luogo di lavoro, il negozio, la strada, e imparare a riconoscervi una presenza sospetta.
È una forma di delazione alleggerita dall’estetica. Non il modulo grigio dell’apparato repressivo, ma il bottone immerso in un racconto da Ufo; non la formalità della denuncia, ma la curiosità del clic. Proprio per questo il dispositivo è più insidioso, dal momento che la delazione non appare come una scelta grave, situata, moralmente carica ma come una funzione della pagina. Un’azione tra le altre, incorporata nel flusso dell’esperienza digitale.
Si potrebbe obiettare che il sito non inventa nulla: i canali per le segnalazioni esistono da tempo, il termine alien ha una base giuridica, l’Ice raccoglie informazioni dal pubblico nell’ambito delle proprie attività. Ma una cosa è sapere che esiste un canale per segnalazioni alle autorità; un’altra è arrivarci dopo essere stati condotti attraverso una storia in cui presenze estranee, nascoste e pericolose «camminano tra noi».
Qui la parola “sospetto” diventa centrale. Il sito non invita a segnalare persone identificate come responsabili di un reato accertato, ma chiama in causa i «suspicious aliens», una categoria soggettiva che si fonda su pregiudizi, tutt’altro che astratta e imparziale. Quando un’istituzione incoraggia il pubblico a riconoscere e segnalare presenze sospette, non si rivolge a un cittadino astratto. Alimenta immaginari sociali già carichi di stereotipi.
Per questo Aliens.gov non andrebbe archiviato come episodio bizzarro della comunicazione trumpiana. Anche se il contenuto può sembrare grottesco, il sito mostra come una pagina istituzionale possa usare ironia, cultura pop e linguaggio da complotto per rendere normale una forma di partecipazione punitiva. La delazione non appare più come residuo oscuro di regimi del passato, ma come funzione ordinaria dell’interfaccia pubblica contemporanea.
In fondo, la domanda che Aliens.gov ci costringe a porre è semplice: che cosa succede quando lo Stato costruisce ambienti digitali in cui la paura diventa navigabile, il sospetto diventa cliccabile e la delazione diventa un gesto di partecipazione? La risposta non riguarda soltanto un sito sugli Ufo che non parla di Ufo. Riguarda il modo in cui l’amministrazione del plausibile può trasformarsi, senza troppo rumore, in amministrazione della disumanizzazione.
Screenshot dal sito della Casa Bianca: whitehouse.gov/aliens




