La reintegrazione dei bambini soldato negli ambienti familiari di appartenenza è una delle sfide più urgenti che abbiamo davanti in tema di diritti umani. Ed è questo uno dei temi cardine della Giornata mondiale del rifugiato istituita dalle Nazioni unite il 20 giugno per rendere omaggio alle persone rifugiate di tutto il mondo, richiamare l’attenzione sulla loro condizione e promuovere un impegno comune per trovare soluzioni durature alla migrazione forzata. Quest’anno si celebra anche il settantacinquesimo anniversario della Convenzione sui rifugiati del 1951, l’accordo internazionale che protegge i diritti delle persone rifugiate.
I bambini vengono arruolati dai gruppi armati, sfruttati, separati dalle famiglie e allontanati dalle scuole; molto spesso spariscono, diventando invisibili, e subiscono gravi traumi psicologici.
Lo documenta il rapporto annuale del Segretario generale dell’Onu sui bambini e i conflitti armati, presentato il 19 giugno 2025 dalla rappresentante speciale Virginia Gamba. Nel 2024 sono state verificate 41.370 gravi violazioni contro i bambini – il numero più alto da quando è stato istituito il mandato, quasi trent’anni fa – con un aumento del 25% rispetto al 2023, terzo anno consecutivo di cifre allarmanti. Le violazioni hanno colpito 22.495 bambini, di cui un terzo bambine.
I gruppi armati non statali sono stati responsabili di circa la metà delle violazioni registrate, con un’impennata del 17% nei casi di violazioni multiple – situazioni in cui i bambini subiscono contemporaneamente rapimento, sfruttamento, violenza sessuale e reclutamento armato – indice di un imbarbarimento che nega il diritto internazionale umanitario. I gruppi armati statali sono stati invece primariamente responsabili nell’uccisione dei bambini, negli attacchi alle infrastrutture sanitarie ed educative e nell’ostacolare l’assistenza umanitaria.
Il cambiamento climatico aggrava ulteriormente la condizione dei minori nelle zone di guerra. Il maggior numero di violazioni si è registrato nei territori occupati della Palestina, nella Repubblica Democratica del Congo, in Somalia, Nigeria e Haiti. L’aumento più significativo si è verificato in Libano, Mozambico, Haiti, Etiopia e Ucraina. I più severi casi di negazione dell’accesso umanitario si sono concentrati nei territori occupati della Palestina, in Afghanistan e ad Haiti.
Le violazioni più frequenti sono state: l’uccisione e le mutilazioni dei bambini (11.967 bambini), la negazione dell’accesso umanitario (7.906 bambini), l’arruolamento e lo sfruttamento (7.402 bambini), il rapimento (4.573 bambini).
La violenza sessuale è aumentata del 35% rispetto al 2023, con un incremento particolarmente grave degli stupri di gruppo e delle violenze collettive, con punte registrate ad Haiti, in Nigeria e nella Repubblica Democratica del Congo. Le violazioni che colpiscono le ragazze restano sottostimate, soprattutto nei casi di matrimoni forzati, gravidanze forzate e sfruttamento sessuale da parte dei gruppi armati.
Gli attacchi alle infrastrutture civili, incluse scuole e ospedali, sono cresciuti del 44%: 2.374 i casi, la maggior parte verificatisi in Ucraina, Israele e nei territori occupati della Palestina e ad Haiti. In Ucraina 19.000 minori sono stati separati dalle loro famiglie. A Gaza la situazione è disperata: la distruzione di ospedali, registri civili e infrastrutture rende estremamente difficile identificare i minori e permettere i ricongiungimenti familiari. In Sudan, dove cresce il rischio di arruolamento nei gruppi armati, più di 5 milioni di bambini sono stati costretti a lasciare le loro case, con un rischio crescente di sfruttamento, tratta e reclutamento armato. È una delle più grandi crisi di sfollamento al mondo.
La violazione della Convenzione di Ginevra e della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia è manifesta: la scomparsa di un bambino non significa soltanto perdita fisica. Significa perdita dell’identità, della memoria familiare, della protezione giuridica e dell’appartenenza sociale. In una parola: invisibilità.
È quanto conferma anche il rapporto dell’Unetchac (Universities Network for Children in Armed Conflicts), la prima rete accademica internazionale nata per rafforzare il ruolo delle comunità universitarie nella protezione dei bambini coinvolti, direttamente o indirettamente, nei conflitti armati. Il rapporto sostiene che la reintegrazione dei bambini non sia solo una necessità umanitaria e un obbligo dal punto di vista del diritto internazionale, ma serva anche come investimento strategico per una pace sostenibile, per la coesione sociale e per uno sviluppo a lungo termine. Una reintegrazione effettiva contribuisce a ridurre le violenze, rafforza la resilienza delle comunità, ricostruisce la fiducia nelle istituzioni e previene il reclutamento forzato da parte dei gruppi armati.
L’Unetchac, che riunisce oltre 40 università provenienti da Europa, Africa, Medio Oriente e Americhe – inclusi istituti situati nelle aree di conflitto – denuncia tuttavia l’assenza di un piano di reintegrazione unificato. In alcuni contesti, come Iraq, Nigeria, Siria, Afghanistan, Somalia e Myanmar, i bambini affiliati a gruppi terroristici sono stati processati in base alla legislazione antiterrorismo e non hanno potuto accedere ai programmi di reintegrazione. La rete accademica denuncia inoltre che tra i parametri per valutare il successo di questi programmi non sono stati inseriti gli aspetti psicologici, l’accettazione sociale, la stabilità economica e il benessere a lungo termine.
Ricerche condotte in Sierra Leone, Liberia, Uganda settentrionale, Colombia e Repubblica Democratica del Congo dimostrano che la reintegrazione migliora quando coinvolge comunità, famiglie, leader, insegnanti e società civile, mentre i programmi promossi esclusivamente da ricercatori e studiosi internazionali vengono percepiti come imposti e hanno molto meno successo.
Sul piano economico, lo studio stima un costo tra i 7 e i 10 dollari a bambino per la prevenzione e la sensibilizzazione attraverso campagne comunitarie, l’identificazione precoce dei bambini a rischio e le attività di educazione. Il supporto psicologico richiede invece tra i 40 e i 50 dollari all’anno per ciascun bambino, includendo terapie specialistiche, sostegno trauma informed e assistenza sociale. Il case management individuale varia da 167 fino a 2.423 dollari per minore, con una media di circa 800 dollari annui, comprendendo assistenza continuativa, ricerca familiare, recupero dei documenti, supporto specialistico per la salute mentale, educazione e protezione legale.
Il rapporto dell’Unetchac presenta i risultati del progetto internazionale Rebirth: Empowerment and Rehabilitation of Children in Armed Conflicts, with a Focus on Girls, promosso dalla rete e sostenuto dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nell’ambito del V piano d’azione nazionale italiano collegato alla Risoluzione Onu 1325 “Donne, pace e sicurezza”. Il rapporto sottolinea come la riduzione dei finanziamenti umanitari e il ridimensionamento delle operazioni internazionali di pace stiano indebolendo le capacità di monitoraggio, protezione e risposta a favore dei minori, e come i modelli tradizionali di reintegrazione siano spesso costruiti su esperienze maschili di combattimento, con la conseguente esclusione strutturale delle ragazze associate ai conflitti armati. La reintegrazione deve essere rispettosa della parità di genere e includere anche le donne non combattenti.
Molte adolescenti, soprattutto vittime di violenza sessuale diventate madri, affrontano stigma sociale, emarginazione e difficoltà di accesso all’istruzione, ai servizi sanitari e ai percorsi di autonomia economica.
Il rapporto raccomanda finanziamenti pluriennali e stabili per i programmi di reintegrazione, una maggiore coordinazione tra interventi umanitari e Stati per lo sviluppo e la costruzione della pace, l’ampliamento dell’accesso all’istruzione e ai programmi di sostegno alla salute mentale, il rafforzamento dei sistemi di identificazione e tracciamento dei bambini scomparsi. Si chiede in particolare maggiore accesso alle aree di conflitto e la creazione di banche dati internazionali condivise per il tracciamento dei bambini scomparsi. Il rapporto evidenzia inoltre l’importanza di sviluppare sistemi di giustizia minorile orientati alla riabilitazione e alla reintegrazione, in linea con la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (art. 40).
Non reintegrare un bambino costa molto di più alla società: aumenta il rischio di nuova radicalizzazione, reclutamento armato, criminalità, dipendenza umanitaria, povertà cronica e pressione sui sistemi sanitari e giudiziari. Per questo motivo, la reintegrazione dei minori coinvolti nei conflitti viene descritta nel rapporto come un investimento strategico nella pace e nella stabilità futura delle comunità colpite dalla guerra.
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