Marc Bloch, nel suo capolavoro Apologia della storia o Mestiere di storico, ha scritto: «Questa capacità di afferrare il vivente, ecco davvero, in effetti, la qualità sovrana dello storico… . E forse essa è, in principio, un dono delle fate che nessuno potrebbe pretendere di far proprio se non l’ha trovato alla sua culla. Nondimeno, essa ha bisogno di essere costantemente esercitata e sviluppata». Poche frasi sembrano adatte per descrivere l’itinerario di pensiero e di ricerca di uno storico come Carlo Ginzburg. A partire dagli anni 70 con la microstoria ha, insieme ad altri, rinnovato profondamente la storiografia italiana. Da anni prosegue la sua riflessione intrecciando questioni cruciali di metodo e approfondimenti nelle direzioni più originali. Gli abbiamo posto alcune domande, per provare ad affacciarci nel laboratorio dello storico.
Professore, la prefazione de Il formaggio e i vermi da poco ripubblicato da Adelphi contiene una netta e puntuale critica di Foucault. Che ruolo hanno avuto la sua ricerca in particolare e la microstoria in generale, nell’opporsi ad un approccio ideologico nel campo storiografico?
Andrei cauto, perché naturalmente qualcuno potrebbe obiettare che anche la microstoria ha delle implicazioni ideologiche. Credo che la questione si possa formulare nei termini che ho proposto in un saggio, Our words, and theirs (2012), che riflette, a molti anni di distanza sulle mie ricerche passate, compreso Il formaggio e i vermi. Se si esamina il rapporto fra domande e risposte nell’ambito della ricerca appare chiaro che le domande sono sempre, in qualche misura, intrise di ideologia. Ma attraverso il dialogo con le testimonianze del passato è possibile correggere l’elemento anacronistico delle domande da cui si parte. Nel caso di Foucault si riscontra una sorta di violenza prevaricatrice delle domande rispetto alle risposte. In altre parole, quest’uomo, intelligentissimo, che aveva letto moltissimo, era a mio parere prigioniero delle proprie domande. Qui l’elemento ideologico si tocca con mano: una rigidità delle domande rispetto a una possibile e auspicabile flessibilità che consente una loro modificazione nel corso della ricerca. Direi che Foucault trova sempre quello che cerca, punto e basta: e questo è un limite.
Il senso del prefisso micro di microstoria è stato spesso frainteso. In realtà porta con sé uno sguardo, un coraggio conoscitivo, un’ambizione di ipotizzare ricostruzioni che è assolutamente macro…
Il prefisso micro è stato inteso troppo spesso, anche da studiosi molto noti, come relativo alla piccolezza, ossia alle dimensioni, reali o simboliche, dell’oggetto; invece il micro è relativo al microscopio, cioè allo sguardo adottato, che è uno sguardo analitico. A questo proposito ricordo sempre che la collana Microstorie, di cui eravamo responsabili Giovanni Levi ed io, pubblicata da Einaudi a partire dal 1981, si aprì con un mio libro su Piero della Francesca: un pittore che non può certo essere considerato piccolo, da nessun punto di vista! Quindi lo sguardo analitico può essere rivolto su grandi temi, affrontati da un punto di vista inatteso, come nel libro su Galileo di Pietro Redondi. La possibilità di stabilire una connessione micro-macro esiste: a questo punto entra in gioco la generalizzazione. Nel caso del Formaggio e i vermi, c’era, è vero, un personaggio del tutto ignoto, in cui io mi sono imbattuto per caso. Ma anche lì mi sono posto il problema della generalizzazione: per esempio quando, confrontando i libri letti da Menocchio con il modo in cui ne parlò nei processi, ho riscontrato uno scarto, che ho ricondotto all’incontro tra cultura orale contadina e mondo della stampa. In questo modo un caso singolo veniva inserito in una prospettiva molto più ampia.
Più di recente lei ha proposto il tema dell’esperimento mentale, che ruolo ha nell’indagine storica?
Ho cominciato a ragionare su questa nozione di esperimento mentale partendo da un passo, che mi è parso straordinario, in cui David Hume si chiede: «Ma perché la promessa funziona?». Cerca dunque di capire che cosa renda possibile questo fenomeno sociale, e risponde: possiamo partire dalla transustanziazione, una di quelle “mostruose invenzioni dei preti” che non hanno niente a che fare con la realtà. L’atteggiamento aggressivo di Hume nei confronti delle religioni e delle Chiese è noto: ma il tentativo di spiegare una realtà sociale come la promessa ricorrendo alle astrazioni della teologia è inaspettato. Penso che dietro l’idea di partire da un modello astratto, privo di attrito con la realtà, ci sia l’esempio di Galileo: analizzare la realtà sperimentale attraverso un modello matematico. Sono partito da lì per cercare di esplorare la nozione di esperimento mentale e la sua fortuna: una catena di cui la microstoria è un anello. In questo modo mi sono trovato a prendere le distanze da una tesi formulata con grande energia da Marc Bloch, secondo cui la nozione di esperimento segna un confine netto tra le scienze della natura e le scienze umane, compresa la storia. A queste ultime, sostenne Bloch, gli esperimenti non sono concessi: scatenare un movimento religioso a scopo sperimentale sarebbe, per uno storico, impossibile (oltre che moralmente inaccettabile). Se però ci spostiamo sul piano dell’esperimento mentale, ci troviamo in una prospettiva che è condivisa dalle scienze umane e non. È stata questa una delle pochissime volte in cui mi sono trovato a dissentire da Bloch.
Lei ha scritto: «Da Cristo si è fermato a Eboli penso di aver imparato che distacco intellettuale e partecipazione emotiva … sono atteggiamenti non solo compatibili ma tali da potersi alimentare a vicenda». È possibile quindi per il ricercatore, per lo storico, tenere insieme queste due dimensioni: una distanza e insieme un coinvolgimento emotivo?
Ho sostenuto più volte che il termine empatia è sviante; all’empatia contrappongo la filologia, che implica distanza. È sviante anche perché propone qualcosa che, se prendiamo il termine “empatia” alla lettera, è impossibile. La distanza fra noi e gli altri esseri umani è invalicabile anche quando cerchiamo di identificarci emotivamente con loro. E quando la distanza sembra non esserci, bisogna costruirla, per arrivare alla comprensione. Arriviamo così alla nozione di prospettiva storica, che credo sia condivisa oggi, di fatto, da tutti gli storici. Dobbiamo tener conto sia del nostro punto di vista, sia del punto di vista degli attori. La nozione di prospettiva implica entrambi, e il loro rapporto. Ma torniamo anche alla distanza, che è compatibile con la partecipazione umana. E torniamo a Carlo Levi: in Cristo si è fermato ad Eboli la distanza culturale tra il medico (che è anche pittore, ma lì è soprattutto importante il medico) e i contadini della Lucania è grandissima. Ma il medico che parla della magia contadina è un medico antropologo, che prende molto sul serio quello gli viene raccontato.
In diversi dei suoi saggi lei ha legato in modo stretto il personale e la ricerca. Quanto c’è del proprio vissuto nell’indagine di uno storico?
Molto, direi. Ho più volte sottolineato che quello che, nella riflessione retrospettiva sul proprio lavoro, può sembrare narcisismo, è in realtà un mezzo, non un fine. Del resto l’autoriflessione porta, in qualche caso, a riconoscere i propri errori e a sottolineare la limitatezza delle proprie prospettive. Dunque, rifletto sopra un caso che mi è sommamente familiare, cioè il mio. C’è una coincidenza anagrafica e una continuità biologica, ma anche una distanza che non è solo temporale. Col passare del tempo forse ho imparato qualcosa. Per questo credo che condividere l’autoriflessione con chi mi legge o mi ascolta possa essere utile.
In Spie. Radici di un paradigma indiziario lei ha scritto: «Nessuno impara il mestiere del conoscitore o del diagnostico limitandosi a mettere in pratica regole preesistenti. In questo tipo di conoscenza entrano in gioco elementi imponderabili: fiuto, colpo d’occhio, intuizione». Che ruolo ha l’intuizione, lo scatto d’immaginazione, nel lavoro dello storico?
Alla fine di quel saggio parlavo di un’intuizione bassa, come «capacità di passare in maniera immediata dal noto all’ignoto, sulla base di indizi», e questo perché polemicamente volevo prendere le distanze rispetto all’intuizione alta, sovrasensibile. Retrospettivamente sono tornato su quelle pagine e quello che mi ha colpito, a distanza di molti anni, è stata l’assenza in quel saggio di una discussione sulla prova. Evidentemente la davo per scontata: ma di lì a poco mi sono accorto che l’atmosfera intorno a me era cambiata, e che la velenosa presenza del neo-scetticismo andava combattuta. A quel punto è cominciata un’ossessione legata alla prova, che non mi ha più abbandonato. Ho cominciato a riflettere sulla retorica: il cavallo di battaglia dei neo-scettici, a cominciare da Hayden White. Quello di cui mi resi conto fu l’idea che esistono due tradizioni legate alla retorica. Da una parte, una tradizione che comincia con Aristotele, e continua con Quintiliano per arrivare fino a Lorenzo Valla (e oltre) in cui la prova, anzi le prove, sono considerate parte costitutiva della retorica. Dall’altra parte un’altra tradizione, esplicitamente antiaristotelica, che è quella di Nietzsche e dei suoi seguaci (compreso Foucault) in cui la retorica viene contrapposta alla prova. Ma la retorica che Valla aveva fatto propria, dimostrando che la cosiddetta donazione di Costantino era un falso, è l’unica che consente di combattere le fake news. Contro di esse bisogna usare la filologia, una forma di conoscenza imperniata sulla prova.
Lei propose, anni fa, una serie di libri che definì dell’anno zero (tra cui Paura della libertà di Carlo Levi, Apologia della storia di Bloch, Il mondo magico di De Martino). Tutti concepiti durante la Seconda guerra mondiale, vedevano il crollo di un mondo ma con il coraggio di pensare un oltre. Oggi ci troviamo in un momento critico, oltre all’emergenza attuale. Emerge l’esigenza di cercare delle risposte. In Francia è stato da poco riproposto un suo saggio, pubblicato in Italia nel volume Paura reverenza terrore (Adelphi, 2015), in cui presenta una rilettura del Leviatano di Hobbes…
Sì, è stato riproposto come un testo che ha qualcosa da dirci nella crisi del coronavirus. In quella rilettura ero partito dalla prima opera di Hobbes: la sua traduzione di Tucidide. Mi accorsi che Hobbes, nel tradurre le pagine dello storico greco sulla peste di Atene, aveva introdotto un termine che nel testo originale non c’era: il verbo to awe (incutere soggezione o reverenza). Mi misi a seguire questo termine, e il sostantivo ad esso collegato (awe), attraverso gli scritti di Hobbes, e arrivai alla conclusione che in esso ci fosse il germe della riflessione successiva sullo Stato-Leviatano. Tutto questo ritorna nel paragrafo conclusivo di quel saggio, in cui formulavo un’ipotesi augurandomi che non si potesse verificare mai: e cioè che la crisi ambientale raggiunga dei vertici tali da rendere necessario, per consentire la sopravvivenza delle specie il ricorso a un potere molto più oppressivo di quello del Leviatano. Qualcuno potrebbe dire che oggi quella ipotesi minacciosa si sta in qualche misura verificando. Oltre alla tragedia in atto ci sono i tentativi di controllarla. Nel lungo periodo si rifletterà sul modo in cui la Cina ha gestito questa situazione. Da un lato c’è stata, con ogni probabilità, una massiccia manipolazione dei dati sulla diffusione del virus, che dovevano essere infinitamente maggiori; dall’altro, un uso abilissimo della propaganda da parte del governo cinese, che ha saputo trasformare una sconfitta in una vittoria. Sull’efficacia di questo modello di controllo sociale, massiccio e capillare, rifletteranno gli ipotetici libri del nuovo anno zero.
Nel finale di quel saggio, appariva però anche la Ginestra di Leopardi. Possiamo leggere in questa proposta di un’immagine di resistenza, di una tensione verso una «social catena» umana, un’idea di speranza…
Certo, in Leopardi questa speranza c’è. E possiamo vederla anche in una lettura rovesciata come quella che proponevo, in cui si profilava, in ipotesi, la necessità di venire in soccorso di una natura non più nemica ma vulnerata. Ma la speranza nasce anche dallo sgomento: oggi, di fronte a quello che sta succedendo, tutti brancolano nel buio. Gli scienziati studiano, i politici sono disarmati: ci si muove a tentoni, è impossibile fare previsioni. Ma gli effetti di tutto questo nel lungo periodo sono un enigma assoluto. Non mi arrischierei a fare delle ipotesi.




