La posa del buonsenso nasconde un meccanismo perfetto perché chiuso, un oracolo che ha già previsto la propria assoluzione. Correggere i dati è necessario ma non basta: il suo discorso non vive della precisione delle affermazioni, ma della funzione che svolgono, restituire a qualcuno la sensazione di sapere già chi è il colpevole

C’è una cosa che Roberto Vannacci ripete con ostinazione quasi tenera, se non fosse politicamente tossica: lui starebbe dalla parte del buonsenso. Gli altri vivrebbero nell’ideologia. Lui guarderebbe la realtà, gli altri la deformerebbero. Lui direbbe ciò che tutti pensano e nessuno osa più dire. È una posa efficace, perché non chiede di essere dimostrata. Chiede solo di essere riconosciuta. Come quando qualcuno, in una discussione, smette di argomentare e dice: «Dai, lo sappiamo tutti». A quel punto non sta portando una prova. Sta evocando una comunità. Sta dicendo: se non sei d’accordo, forse non appartieni al mondo delle persone normali. Ed è qui che comincia il problema.

Si può discutere Vannacci punto per punto. Si può ricordare che le razze umane, nel senso biologico e gerarchico in cui la parola è stata usata per due secoli, non esistono. Si può smontare il trucco sulla parola “normale”: una minoranza statistica non è una devianza morale. Ma a cosa serve tutto questo, se il punto non è mai stato il dato? Qui conviene prendere una strada laterale, che passa da un vecchio racconto dell’antropologia. Negli anni Venti del secolo scorso Edward Evans-Pritchard andò a vivere tra gli azande, nell’Africa centrale, e tornò con una storia che da allora si racconta in ogni corso di antropologia: la storia del granaio. I granai zande erano costruzioni di legno e fango rialzate da terra. La gente si sedeva alla loro ombra per ripararsi dal sole. Ogni tanto un granaio crollava. Se sotto, proprio in quel momento, c’era qualcuno, quella persona restava ferita o moriva. Gli azande sapevano benissimo perché il granaio fosse caduto: le termiti avevano mangiato i pali. Non erano stupidi, non ignoravano la causa materiale. Su questo sarebbero stati d’accordo con qualunque ingegnere europeo.

La loro domanda era un’altra: perché quel granaio era crollato proprio allora, proprio su quelle persone e non su altre? Le termiti spiegano il legno che cede. Non spiegano la coincidenza. A questa seconda domanda gli azande rispondevano con la stregoneria. Fin qui, la storia è stata spesso letta così: loro credono, noi sappiamo; loro cercano stregoni, noi guardiamo le termiti. Questa però non è la lettura più felice.

La cosa interessante non è che gli azande credessero nella stregoneria. È che il sistema riusciva quasi sempre a salvarsi anche quando sembrava smentito. Se un oracolo sbagliava previsione, non crollava la fiducia nell’oracolo. Si trovava una ragione interna: qualcuno aveva violato un tabù, la consultazione era stata fatta male, un’altra stregoneria aveva interferito. Non era mai l’impianto a cedere. Cambiava solo il modo di proteggerlo. Arriviamo al Generale. Vannacci si presenta come l’uomo delle termiti. Dice di vedere i fatti nudi, la realtà senza gli orpelli dell’ideologia. Ma ogni volta che un fatto contraddice il suo discorso, quel fatto viene subito riassorbito. Le famiglie reali che non corrispondono alla famiglia naturale? Decadenza del mondo moderno. Le minoranze che chiedono diritti? Prova che comandano loro. Le critiche al suo linguaggio? Censura. Il fatto che la realtà non coincida con la sua immagine della realtà? Ecco, appunto: il mondo è al contrario.

Il meccanismo è perfetto perché è chiuso. Non deve vincere ogni discussione. Deve impedire che una discussione persa abbia conseguenze. E infatti non le ha. Ogni obiezione diventa combustibile, ogni smentita conferma l’assedio. È per questo che rispondere a Vannacci solo con la correzione dei dati è necessario ma insufficiente. Necessario, perché le falsità vanno nominate. Insufficiente, perché il suo discorso non vive della precisione delle affermazioni, ma della funzione che quelle affermazioni svolgono. Non serve a spiegare il mondo. Serve a restituire a qualcuno la sensazione di sapere già chi è il colpevole.

Le termiti ci sono, certo. La crisi sociale esiste, la precarietà esiste, la paura di perdere status, casa, lavoro, futuro esiste. Il disordine non è inventato. Ma la stregoneria politica comincia quando a tutto questo viene dato un nome comodo: i migranti, i gay, le femministe, gli ambientalisti, l’Europa, il politicamente corretto. A seconda della puntata televisiva cambia il bersaglio. Non cambia la struttura. Qualcuno potrebbe dire: ma allora stai paragonando chi vota Vannacci agli azande? No, sarebbe l’errore più facile, e coloniale. Il punto è l’opposto. Nessuno è fuori da questi sistemi di salvataggio della credenza. Non lo erano gli europei che studiavano gli azande, non lo siamo noi, non lo è chi si dichiara immune dall’ideologia perché ha in tasca il buonsenso. Anzi, più una convinzione si presenta come pura realtà, meno tollera di essere interrogata.

Qui Gramsci aiuta più di molti fact-checking. Perché sapeva che il senso comune non è una facoltà innocente. È un deposito disordinato di frasi fatte, esperienze vere, paure, pregiudizi, mezze verità. Dentro c’è di tutto, anche cose giuste, anche la memoria concreta della fatica. Ma proprio per questo il senso comune non va venerato. Va lavorato. Il buon senso, per Gramsci, non è il primo pensiero che ti viene in mente. È ciò che resta dopo un lavoro critico. Vannacci fa il contrario. Prende il primo pensiero, lo chiama buonsenso, e poi accusa gli altri di essere ideologici perché osano arrivare al secondo. La sua forza sta qui, non nell’originalità, che è quasi nulla, e nemmeno nella competenza, che spesso si riduce a una sicurezza senza verifica. La sua forza sta nel trasformare l’inerzia in coraggio. Dice cose che molti hanno già sentito mille volte al bar, in famiglia, in caserma, su Facebook, e le restituisce come se fossero verità proibite. Il già detto diventa dissidenza. E quando qualcuno gli risponde, il dispositivo si chiude: vedete? Non si può più dire niente.

Prendiamo l’immigrazione. Quando si chiede come dovrebbe funzionare davvero la cosiddetta “remigrazione”, Vannacci risponde con una sequenza apparentemente concreta: più Cpr, accordi bilaterali, Paesi terzi sicuri, rimpatri. Sembra il momento in cui la parola d’ordine diventa amministrazione. Ma appena si entra nei vincoli reali, le identificazioni, i costi, i tempi, il diritto internazionale, gli accordi con i Paesi d’origine, la macchina cambia registro. Spunta il caso estremo: e se arrivassero cento milioni di persone, le accoglieremmo tutte? Chi chiedeva conto di una procedura si ritrova dentro una scena apocalittica. Non si discute più un programma. Si misura il grado di fedeltà alla comunità minacciata. Il punto, allora, non è che Vannacci non abbia argomenti. Ne ha sempre uno pronto per ogni occasione. Il punto è che quegli argomenti non sono tenuti insieme da un criterio di verità, ma da una funzione: salvare una visione del mondo dall’esperienza che la smentisce. Se le razze non esistono biologicamente, esisteranno culturalmente. Se la famiglia naturale non è più maggioritaria, allora proprio per questo va difesa. Se gli omosessuali non sono malati, restano però non normali. Se una minoranza ottiene un diritto, la maggioranza sarà stata umiliata. Se non c’è censura, il fatto stesso che qualcuno lo critichi proverà che la censura c’è. Non è un ragionamento. È un oracolo che ha già previsto la propria assoluzione.

Per questo la discussione pubblica su Vannacci rischia spesso di sbagliare bersaglio. Si comporta come se bastasse mostrare il palo mangiato dalle termiti. Ma molti di quelli che lo ascoltano non cercano una spiegazione del palo. Cercano una spiegazione della caduta del granaio. Cercano qualcuno che dica loro perché il lavoro non protegge più, perché la promessa di stabilità è saltata, perché il futuro dei figli sembra più fragile del passato dei padri. A questa domanda Vannacci dà una risposta falsa. Ma la dà.

Ed è qui che la sinistra, o ciò che ne resta, dovrebbe guardare il punto più scomodo. Non basta dire che la risposta è falsa. Bisogna chiedersi perché altre risposte non arrivano, o arrivano in una lingua che molte persone percepiscono come rimprovero. Perché a chi sta sotto il granaio che trema rispondere soltanto con una lezione sulle termiti non significa essere più intelligenti. Forse significa solo essere arrivati tardi. Il suo discorso non va trattato come una somma di errori logici. È un modo di dare forma al dolore sociale: lo raccoglie, lo semplifica, gli assegna un colpevole, e poi chiama tutto questo realtà. La cosa più pericolosa del Generale non è che dica cose reazionarie. Di reazionari è piena la storia d’Italia, spesso con più cultura e più stile. È che offre una liturgia del risentimento facile da praticare. Non richiede studio né verifica né coerenza. Richiede solo di sentirsi assediati. Una volta entrati lì dentro, tutto torna. Anche quando non torna niente. Il granaio può cadere mille volte. Si scoprirà ogni volta una termite diversa. Ma se il sistema è costruito per non essere mai smentito, il colpevole sarà sempre altrove. Fino a quando qualcuno non offrirà una spiegazione migliore della fatica reale che quella stregoneria cattura: una spiegazione meno comoda e meno crudele, capace di dire che il granaio sta davvero crollando, ma che non sono stati i migranti o i gay a mangiare i pali. E allora dovremmo smettere di indicare il vicino sotto le macerie e cominciare a guardare chi ha costruito il granaio e chi lo ha lasciato marcire.

 

L’autore: Valerio Di Fonzo, Ph.D. Candidate, Department of Anthropology, University of New Mexico

 

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