Per il terzo anno di fila, nell’Irlanda del Nord l’estate ha portato violenze e disordini di cui hanno fatto le spese in primo luogo cittadine e cittadini di origine straniera. Nel 2024 Belfast e altri centri delle ‘Sei contee’ furono teatro di violente proteste seguite alla notizia dell’omicidio di tre bambine a Southport, in Inghilterra, per mano del diciassettenne Axel Rudakubana. I disordini, in quell’occasione, scoppiarono in diverse città britanniche e si estesero anche al capoluogo nordirlandese. Nel 2025 le violenze divamparono a Ballymena, nella contea di Antrim, il 9 giugno, in seguito alla diffusione della notizia dell’arresto di 2 adolescenti di origine Rom, accusati di tentata violenza sessuale nei confronti di una coetanea del posto (le accuse verranno archiviate dalla procura nordirlandese cinque mesi dopo). Quest’anno i disordini sono scoppiati di nuovo il 9 giugno, esattamente un anno dopo, sull’onda dello sgomento causato dalle immagini video della sanguinosa aggressione di Hadi Alodid, richiedente asilo sudanese, ai danni del quarantaquattrenne Stephen Ogilvie in un quartiere popolare del settore nord di Belfast. Nonostante Kinnaird Avenue, la via teatro dell’aggressione, si trovi in un quartiere a maggioranza nazionalista/cattolica adiacente a New Lodge, una delle roccaforti dell’Ira ai tempi dei Troubles, le violenze a sfondo xenofobo seguite al fatto hanno interessato quasi esclusivamente quartieri e piccoli centri a maggioranza unionista/protestante, come Belfast est, Newtownabbey, Portadown o il quartiere Tullyally a Derry.
Oggi la situazione è relativamente calma, ma ci sono timori che la temperatura possa tornare a salire man mano che si entra nel vivo della stagione delle parate orangiste che culminerà, come ogni anno, il 12 luglio. Sebbene non si siano più ripetute scene di guerriglia urbana e scontri con la polizia, proseguono gravissimi atti di violenza e intimidazione nei confronti di singoli e famiglie di origine straniera, soprattutto a Belfast. Si tratta di episodi che fanno meno notizia delle violenze della settimana scorsa, ma sono molto inquietanti perché rischiano di trasformarsi in una campagna di intimidazione mirata e prolungata nel tempo, più difficile da controllare e fermare. Va ricordato, ad esempio, che a poche ore dallo scoppio dei disordini ha iniziato a circolare sui social una lista contenente circa 25 indirizzi di abitazioni indicate come alloggi occupati da persone di origine straniera. La cosa più grave è che, come sostiene un’associazione antirazzista nordirlandese nata lo scorso anno per monitorare atti e minacce contro le comunità migranti, l’esistenza di quella lista è nota da molti mesi e la polizia sarebbe stata invitata già a gennaio ad avviare indagini in merito. Giovedì 18 giugno il ministro Gordon Lyons ha riferito all’Assemblea di Belfast che l’autorità per gli alloggi popolari ha ricevuto 115 richieste di assistenza e, di queste, 38 hanno reso necessario trovare sistemazioni di emergenza per altrettante persone o famiglie rimaste senza casa.
Intanto, sabato 13 giugno migliaia di manifestanti si sono radunati a Belfast e a Derry per protestare contro le violenze xenofobe. Non c’è chiarezza sulle cifre del presidio di Belfast (le stime variano da 3000 a 20.000), ma quello che è certo è che il colpo d’occhio dall’alto del municipio ricordava quasi la grande adunata unionista del 1985 e gli organizzatori hanno definito la manifestazione “il più grande raduno antirazzista mai tenutosi a Belfast”. Alla manifestazione hanno parlato attivisti antirazzisti e rappresentanti sindacali e politici, tra cui la nuova sindaca di Belfast Róis-Máire Donnelly, di Sinn Féin (originaria di Belfast ovest e già oggetto di gravi minacce lealiste), Kate Nicholl dell’Alliance Party, Matthew O’Toole dell’Sdlp (Social democratic and labour party) e Gerry Carroll di People before profit.
“Stiamo importando culture a noi estranee”
A distanza di una settimana dallo scoppio delle violenze è emersa una vicenda che ha messo in luce il ‘corto circuito’ in cui è incappata la narrazione anti-migranti prevalente in ambito unionista/protestante. Il giorno dopo l’aggressione di Kinnaird Avenue Jim Allister, leader del piccolo (ma combattivo) partito unionista Tuv (Traditional Unionist Voice), parlando alla Camera dei Comuni, ha chiesto cosa stesse facendo il Governo britannico per fermare l’importazione di “culture a noi estranee”. In quei giorni Jim Allister non è stato l’unico, dalla comunità unionista/protestante, a indicare nell’efferatezza dell’aggressione subita da Ogilvie e nell’uso delle armi da taglio comportamenti e modalità assimilabili all’immigrazione da Paesi extraeuropei.
Tuttavia, come è stato da più parti ricordato, il quartiere in cui è successo il fatto è stato per diversi anni, all’apice dei Troubles, il principale terreno di caccia degli Shankill Butchers. I ‘macellai di Shankill’ erano un’unità della milizia lealista filobritannica Uvf (Ulster Volunteer Force), guidata da Lenny Murphy, che nella seconda metà degli anni 70 rapiva cittadini cattolici (o presunti tali) scelti a caso per torturarli a morte con coltelli e mannaie. Inutile dire che, allora, politici come Jim Allister si sarebbero ben guardati dal suggerire che tutti i protestanti fossero dei ‘tagliagole’ per via delle crudeltà inflitte dagli Shankill Butchers alle loro vittime.
E non bisogna necessariamente ritornare a 50 anni fa per trovare esempi di sanguinosi delitti all’arma bianca da parte unionista/lealista, come testimoniano ad esempio i casi di Anne Marie Smyth, giovane cattolica uccisa e quasi decapitata da membri dell’Uvf nel 1992, o di David McIlwaine e Andrew Robb, due giovani protestanti (18 e 19 anni) picchiati, pugnalati e quasi decapitati a Tandragee, nella contea di Armagh, nel febbraio del 2000. I due ragazzi furono assassinati, sempre da membri dell’Uvf, per avere, a parere di questi, mancato rispetto alla memoria di uno di loro, assassinato in una faida interna il mese prima. McIlwaine fu anche pugnalato nell’occhio sinistro; stessa sorte, altra coincidenza, toccata la settimana scorsa al povero Stephen Ogilvie.
Come anticipavo, a distanza di una settimana dall’aggressione di Kinnaird Avenue è emerso un inatteso legame fra la vittima e i famigerati ‘macellai di Shankill’. Si è venuto a sapere infatti che, più di 20 anni fa, quando viveva in Scozia, Stephen Ogilvie era stato vittima di una banda di trafficanti di stupefacenti e aveva subito, da uno di questi, vere e proprie torture. Come scrive il tabloid Sunday Life, Ogilvie aveva lasciato il quartiere Rathcoole di Belfast per sfuggire alle violenze dei paramilitari lealisti e seguire un tale Mark Campbell, militante dell’Uvf coinvolto in un duplice omicidio nel 1994 e fuggito in Scozia dopo essere entrato in conflitto con la sua organizzazione.
A Edimburgo Campbell mise in piedi una banda di spacciatori che usava spesso, oltre alla violenza e all’intimidazione, il nome Uvf per dare peso a credibilità alle proprie minacce. Stephen Ogilvie, pur non essendo coinvolto nelle attività di spaccio, continuò a frequentare il gruppo ed, essendo un soggetto vulnerabile, veniva spesso preso di mira con atti di bullismo e vere e proprie violenze. In uno di questi casi uno dei membri della banda, David McCleave, fece assumere a Ogilvie il Ghb, la cosiddetta ‘droga dello stupro’, per poi cospargerlo di dopobarba e dargli fuoco. Nel 2003 McCleave fu condannato a 14 anni di carcere per diversi reati, dallo spaccio alla violenza privata. Stephen Ogilvie, dopo avere testimoniato contro i suoi aguzzini, decise di ritornare a Belfast.
Perché ho parlato di ‘corto circuito’? Perché, secondo il Sunday Life, la banda di Mark Campbell era controllata dall’ex membro degli Shankill Butchers William Moore, che spesso faceva visita a Edimburgo per vigilare sull’andamento degli affari.
Un campanello d’allarme per Sinn Féin; il rischio di una frattura con la sua base popolare
Sebbene, come accennavo prima, sull’altro versante dei Peace walls i quartieri popolari a maggioranza nazionalista/cattolica del Nord non siano stati interessati dalle proteste anti-migranti, se non in pochi casi isolati, la questione dell’immigrazione presenta alcune sfide anche per questa comunità e, in particolare, per il partito guidato da Mary Lou McDonald.
I disordini di Belfast hanno portato alla luce tensioni profonde che vanno oltre le scene di violenza che hanno fatto il giro del mondo. Sinn Féin, partito che aspira a rappresentare l’intera comunità nazionalista irlandese su entrambi i lati del confine, si trova a volte stretto tra la difesa della propria linea progressista sull’immigrazione e le crescenti preoccupazioni della sua base elettorale nei quartieri popolari, sia del Nord sia del Sud.
Queste comunità, spesso segnate da disoccupazione, carenza di alloggi, disagi e ritardi nell’erogazione dei servizi pubblici, osservano con preoccupazione l’arrivo di nuovi migranti in aree già svantaggiate. Anche in questi quartieri, come in quelli a maggioranza unionista/protestante, è comune sentire imputare queste difficoltà alla presenza di persone immigrate. Tali sentimenti si accompagnano in genere al senso di abbandono da parte delle istituzioni e sfociano in aperta sfiducia nei confronti dei partiti attualmente al governo, soprattutto al Sud. Di questa sfiducia, e del conseguente desiderio di cambiamento, Sinn Féin ha decisamente beneficiato, nell’ultimo decennio, in termini di consenso elettorale. Il partito repubblicano, lo ricordo, è il primo partito al Nord, dove governa l’esecutivo locale insieme al Dup (Democratic unionist party), così come al Sud, dove i sondaggi lo danno al 21 percento, rispettivamente 3 e 5 punti al di sopra dei due partiti di governo Fine Gael e Fianna Fáil.
Al momento è al Sud che il problema è più acuto. Qui Sinn Féin ha costruito il suo successo elettorale degli ultimi 5-6 anni (con un picco del 36% nei sondaggi nell’estate 2022) sia nei quartieri popolari urbani, la sua base tradizionale, sia nell’elettorato progressista di ceto medio, di più recente acquisizione. Nella Repubblica d’Irlanda molti elettori tradizionali (operai, disoccupati, famiglie monogenitoriali) si sentono schiacciati dalla crisi abitativa e dall’aumento percepito dell’immigrazione. Sinn Féin viene spesso accusato di essere diventato ‘troppo woke’: pronto a parlare di solidarietà internazionale e diritti umani, ma lento nel rispondere alle lamentele concrete della gente comune su integrazione, criminalità e calo del potere d’acquisto. Sondaggi e analisi recenti mostrano una divaricazione chiara: mentre gli elettori di Sinn Féin al Nord tendono a essere più positivi sull’immigrazione, quelli del Sud esprimono atteggiamenti più critici, simili a quelli degli unionisti delle ‘Sei contee’. Per capire questo divario occorre ricordare che al Nord la variabile della questione nazionale (la diffusa aspirazione della comunità nazionalista/cattolica di vedere un’Irlanda unita) determina ancora in modo molto forte le scelte elettorali.
Allo stesso tempo, anche l’elettorato di ceto medio è in attesa di vedere come Sinn Féin intenda gestire questo delicato passaggio. Molti elettori moderati temono che il partito stia virando su posizioni meno progressiste e più sovraniste nel tentativo di contenere la fuga di voti verso il piccolo partito Aontú di Peadar Tóibín e verso gli indipendenti sovranisti, in crescita nei sondaggi. Il problema ha preso forma, negli ultimi mesi, in un animato dibattito sulle credenziali ‘di sinistra’ di Sinn Féin che ha coinvolto figure politiche e mondo dell’informazione.
Sinn Féin si trova dunque di fronte a un dilemma strategico classico: mantenere una linea internazionalista e antirazzista, che è nelle corde della maggior parte del gruppo dirigente del partito e dei militanti, nonché funzionale a conservare gli elettori di ceto medio acquisiti negli ultimi anni, oppure virare verso posizioni più dure su controllo delle frontiere e sovranità nazionale, per non perdere contatto con la base storica. Finora il partito ha cercato una via mediana (criticando ad esempio il Patto Ue sulla migrazione e l’asilo da una prospettiva ‘sovranista’, ma evitando toni apertamente restrittivi).
I fatti di Belfast rappresentano un campanello d’allarme rispetto ai rischi che comporta muoversi lungo uno stretto crinale sul quale è facile mettere il piede in fallo e scontentare, di volta in volta, l’una o l’altra delle componenti principali del proprio elettorato.
L’autore: Carlo Gianuzzi è collaboratore di Radio Onda d’Urto e del Manifesto e curatore del podcast “Diario d’Irlanda – An Irish Journal”
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