Sono le 8:00 del mattino, nella piazza principale del paese solo due persone anziane, sedute sulle panchine, si guardano attorno. L’aria è ferma, sospesa. È una giornata particolare. Poco dopo, tre bambini africani. Saltano, ridono, fanno rumore. Comprano una busta di patatine nel bar della piazza. Riace è un paesino che ha preservato mura antiche, vicoletti e storia. Ma ha qualcosa in più. I colori dei murales riflettono l’utopia di un mondo ideale, che diventa concreto attraversando quelle strade. Il sole riflette quei colori, oggi.
Oggi, che è una giornata particolare: dopo cinque mesi, è il primo giorno in cui Mimmo Lucano rimette piede in Municipio. Decaduto dalla carica di sindaco per una decisione della Corte d’Appello di Reggio Calabria in applicazione della legge Severino, Lucano torna ad esercitare le proprie funzioni dopo la sospensione della sentenza da parte della
Corte stessa, a seguito delle istanze presentate dagli avvocati. Ora si attende il giudizio della Suprema Corte.
Il sindaco arriva in piazza con un jeans e una t-shirt blu. Ha un’espressione inquieta. Le scale che portano all’ingresso sono ricoperte di aghi di pino tirati giù dal vento, che nessuno ha ancora spazzato. C’è un’aria tesa. Entriamo nella sua stanza in Municipio. Si siede, alle sue spalle accanto al ritratto del presidente Mattarella c’è un piccolo drappo che recita: “Riace, il paese di San Cosimo e Damiano, protettori dei Rom e dei migranti”, e senza l’incentivo di una domanda, inizia a parlare confermando quella percezione: «È che c’è un clima ostile, oggi non si festeggia il ritorno del sindaco. Questa volta c’è una disconnessione tra me e i cittadini. Quello che succede a livello globale si riflette sugli enti locali e io sono l’ultima ruota del carro».
Mimmo Lucano, lei è stato eletto per la quarta volta dai cittadini di Riace come sindaco e da 195.000 italiani come europarlamentare.
Sì, ma il mio modo di fare politica è sempre meno riconosciuto. Sono qui, seduto a questa scrivania, per un ideale. Dovrei rappresentare un’autorità, ma io non mi sento nessuno. Ho cominciato a fare politica dal basso e continuo ad avere un grande sospetto verso le forme di potere. E, tranne quando la luce che ha portato la Summud Flotilla ci ha ricordato che si può vivere o morire per un ideale, il mio modo di fare politica è sempre meno condiviso. La gente non capisce come io possa rivestire questo ruolo preoccupandomi della Palestina o dando la cittadinanza onoraria agli immigrati.
Perché pensa che sia sempre meno condiviso?
Durante le prime legislature c’era più entusiasmo, da parte mia e della comunità, poi ho subito le conseguenze di una macchinazione giudiziaria volta a distruggere quello che avevo costruito. Poi, sono stato sospeso dalla carica di sindaco. Questa è la storia del potere, del potere della destra.
Ma che bisogno hanno avuto di distruggere un modello come quello di Riace?
Qui ho creato un’alternativa riscattando l’immagine della Calabria da terra di mafia, che invece ha aperto il cuore e ha mostrato accoglienza. Ed è nata la possibilità di creare tante Riace nel mondo. Questo spaventa la destra, questa alternativa basata su valori forti e condivisi, perché non hanno la stessa forza. L’ordine, la sicurezza, imporsi violentemente sulla vita di altri esseri umani, che valori sono? È una politica disumana.

In una società diseguale, non può esserci equilibrio: se la felicità non è per tutti, non può durare. Noi proviamo a portare avanti progetti che risanino le disuguaglianze e che costruiscano giustizia sociale, ma sulla migrazione si gioca la vera partita della destra, perché riguarda gli esseri umani. Vannacci è riuscito a prendere l’8% perché parla in modo semplice con una parola “remigrazione”. Non c’è politica nel suo progetto, c’è distruzione. L’ha risolta così: con la volgarità dell’animo. Io sono sicuro che questo governo di destra rappresenti la disumanità politica; a cosa devono assistere ancora gli italiani? Questo governo attacca i magistrati ha una deriva autoritaria, reprime le manifestazioni. Ma la cosa più grave è stata la strage di Stato avvenuta a Cutro, quando hanno lasciato morire in mare tutti quei bambini. E poi, chiaramente, la complicità con il genocidio palestinese.
È un momento storico in cui c’è bisogno di una controparte unita. Che cosa ne pensa delle divisioni interne all’opposizione? Esiste davvero una sinistra che è “più a sinistra”?
C’è tanta frustrazione in politica, e capita di pensare che gli estremismi le radicalità abbiano una priorità. Ma non ce lo possiamo permettere, perché il prossimo anno abbiamo un appuntamento importante che avrà un impatto anche sulle politiche che qui proviamo ancora a portare avanti.
C’è la possibilità che Riace torni ad essere un modello pienamente attivo?
Oggi abbiamo il Viminale contro, la Regione, la Prefettura, la Città metropolitana contro. Parte dei cittadini è contro le mie politiche. Anche per quanto riguarda il gemellaggio con Gaza siamo da soli. Il governo ha affermato che tutto questo non è accettabile perché è evidente la vicinanza culturale e politica con Hamas e me l’hanno annullato. Ma negli anni ho capito che questo paese rappresenta un polo di resistenza per molte persone afflitte dalla situazione politica globale e nazionale, e questo mi restituisce speranza e forza. La nostra è una storia di accoglienza, non di buonismo, una storia iniziata negli anni 90’. È stato naturale per Riace accogliere e spero che continuerà ad essere cosi.

Alex Zanotelli dice che siamo quello che incontriamo. Nel 1998 lavoravo come assistente di laboratorio di chimica e una mattina, mentre raggiungevo la scuola, ci fu uno sbarco, quello che, come dicevo, ha segnato la storia di questa comunità e ha lasciato traccia di un’Italia che può accogliere. Quello sbarco resta una visione nel mio immaginario: un veliero compariva all’orizzonte tra le sfumature dei colori dell’alba, portando profughi, donne, bambini. E poi c’era lui, il vescovo Bregantini, che si sbracciava perché non c’erano i centri di accoglienza e così fece aprire un convento per ospitarli. Spesso la storia di chi era stato costretto a lasciare il proprio paese. La mia fonte di ispirazione sono sempre i curdi e i palestinesi, popoli simbolo di repressione e resistenza. Ho conosciuto la loro dignità, quella di chi non si svende al neoliberismo, alla materialità, all’egoismo. Queste ultime sono logiche che appartengono all’imperialismo statunitense che si è diffuso anche in Italia. Ma che cos’è la vita? Una somma di beni da accumulare? Le motivazioni vengono fuori dalle relazioni, dalle scelte che uno prende. Lì si incontrano anche gli ideali e la resistenza.




