Tre minuti. Tanto dura la pausa che la Fifa ha reso obbligatoria a ogni partita dei Mondiali 2026, al 22′ e al 67′ di ogni gara, in ogni stadio degli Stati Uniti, anche col tetto chiuso e poco caldo. I calciatori bevono, si bagnano la nuca, ripartono. Una civiltà.
Poi esci e trovi chi quegli stadi li ha costruiti, e a lui la stessa cortesia nessuno la concede. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) lo ha detto con una domanda che è già un’accusa: se possono fermarsi i calciatori, perché non l’edile, il bracciante, l’autista? Alla Commissione europea chiede una direttiva vincolante sulle temperature massime al lavoro, dentro il Quality Jobs Act: pause pagate, acqua, ombra, bagni. Il minimo.
I numeri li mette la Ces, e sono osceni. Dal 2000 i morti per caldo sul lavoro nell’Unione europea sono cresciuti del 42%, la crescita più rapida del mondo, dato Ilo. Gli esposti al caldo mentre lavorano sono aumentati del 60% in vent’anni. Il 47% ha patito il caldo in servizio, solo il 15% ha visto una protezione. Sopra i 30°C gli infortuni salgono del 5-7%, oltre i 38°C fino al 15%.
E l’Italia? Nessuna legge nazionale. Diciotto ordinanze regionali che fermano campi e cantieri dalle 12.30 alle 16, solo nei giorni rossi e in certi settori, da chiedere da capo ogni estate. Il governo, da parte sua, riapre la cassa in deroga e fa sapere che picchi di mortalità non se ne vedono: come se la prova del caldo fosse il cadavere e non la prevenzione.
Quei tre minuti per un calciatore sono diventati legge in un mese. Per chi lo stadio lo tira su a quaranta gradi, la legge non arriva da vent’anni.
Buon lunedì.
Foto di Shivendu Shukla su Unsplash




