Rispetto alla distruzione per mano israeliana l’architettura non può più dichiararsi neutrale, scrivono Tomà Berlanda e Camillo Boano nel loro libro-dialogo con il collettivo Daar Palestina. Architettura e genocidio

Che responsabilità ha l’architettura davanti al genocidio? Nel volume Palestina. Architettura e genocidio (LetteraVentidue ed.) Tomà Berlanda e Camillo Boano costruiscono un dialogo serrato con Daar (Decolonizing architecture art residency), il collettivo fondato da Alessandro Petti e Sandi Hilal (di Beit Sahour) e Eyal Weizman, per interrogare il ruolo dell’architettura di fronte alla distruzione di Gaza e alla lunga storia dell’occupazione israeliana. Hilal è arrivata in Europa al termine della prima Intifada (1987-1993), portando con sé l’esperienza di una lotta collettiva per la giustizia e per un’organizzazione sociale. Petti viene dal Meridione, secondo un paradigma di emigrazione che affligge ancora l’Italia post-unitaria. Berlanda e Boano sono rispettivamente architetto e docente di Tecnologia dell’architettura al Politecnico di Torino e Honorary research associate all’Università di Cape Town e architetto e docente di Progettazione architettonica e urbana al Politecnico di Torino. Il punto di partenza è radicale e si muove da un’azione di disapprendimento: non è più possibile parlare di architettura senza parlare di giustizia. La Palestina viene letta come un “cantiere coloniale”, uno spazio in cui costruzione e distruzione coincidono, e in cui la disciplina architettonica mostra tutta la propria ambiguità: può essere strumento di controllo, separazione e dominio, ma anche pratica di resistenza, cura e immaginazione politica. Il rischio che non bisogna correre è un presente appiattito sulla guerra totale, permanente, o meglio un presente dove la guerra è la norma. La lotta per la giustizia, a livello globale, diventa sempre più urgente in un contesto mondiale segnato da conflitti e continue violazioni dei diritti. In questo scenario, e da ormai quasi 80 anni, la Palestina rappresenta un caso emblematico di un cantiere di oppressione e ingiustizia, perpetrate da regimi coloniali. Il libro ripercorre la traiettoria di Petti e Hilal, dalla formazione allo Iuav di Venezia al ritorno in Palestina nel 2006 - coincidente con la nascita della loro prima figlia - che segna l’inizio di un nuovo percorso: trasformare la casa di famiglia di Sandi Hilal a Betlemme in un rifugio, in uno spazio di vita e di ricerca. E “casa”, che in arabo si dice “daar”, diventa il nome del loro sodalizio professionale.

«Quando sono tornata in Palestina e ho iniziato a riflettere su cosa significhi decolonizzare l’architettura, ho compreso che il colonialismo non si è limitato a rubarci le case, ma ci ha portato l’intero pacchetto della modernità, presentandolo come civiltà», spiega l’architetta Sandi Hilal. La loro ricerca mette al centro il tema della decolonizzazione dello spazio: case, campi profughi, scuole, tende, soglie e forme di ospitalità diventano dispositivi attraverso cui ripensare il rapporto tra architettura, potere e comunità.

Ramallah, Gaza City, Qalqilya, Betlemme, Gerusalemme, sono luoghi dove vite raminghe vivono nella resistenza quotidiana, nella violenza dell’occupazione, nel privilegio del passaporto, nella relatività del tempo quando si cerca di attraversare un checkpoint o si abita in un campo. Uno dei nuclei più forti riguarda i campi profughi palestinesi. Non semplici luoghi dell’emergenza umanitaria, ma archivi viventi della Nakba, spazi politici che custodiscono memoria, diritto al ritorno e forme di organizzazione collettiva.

Da qui nascono tanti progetti. Con Campus in Camps, Hilal e Petti fondano una vera e propria università all’interno di un campo profughi, ribaltando l’idea di campo come luogo marginale e restituendogli centralità nella comprensione della condizione palestinese. Il campo non è solo sofferenza, ma anche eredità dell’esilio. Da qui nasce

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