La voce di Khalil Hathaleen dal villaggio assediato dai coloni, a sud di Hebron

C'è un’immagine che è diventata il simbolo della resistenza palestinese in Cisgiordania. Un uomo, al centro del suo villaggio, aggrappato ad un’asta che gli israeliani vorrebbero usare per installare il vessillo con la stella di David. Intorno a lui coloni ed esercito israeliano intenti a spingerlo, colpirlo ed insultarlo. Lui è Khalil Hathaleen, 39 anni, abitante del villaggio di Umm Al Khair, a sud di Hebron, Territori Palestinesi Occupati. Da anni la sua comunità resiste all’espansione illegale della vicina colonia israeliana di Carmel, un’enorme macchina che fagocita tutto, dai diritti al suolo. Ma anche le vite di palestinesi uccisi da coloni e militari.

«Negli ultimi mesi a Umm al-Khair si verificano attacchi con cadenza settimanale, perpetrati dal colono Avetar, che vive in roulotte, accompagnato dall’ufficiale di sicurezza dell’insediamento di Carmel, Nevo Nadelsky, e da altri coloni, che assaltano ripetutamente il villaggio». Khalil, che è fratello di Awdah, l’insegnante ucciso da un colono il 28 luglio 2025, conosce nomi e cognomi dei vicini occupanti. Il primo di luglio l’esercito israeliano ha dichiarato l’area «zona militare chiusa» per 42 ore. Una tecnica largamente utilizzata dall’autorità israeliana in tutta la regione del Masafer Yatta e nella Valle del Giordano. Una vera e propria notte del giudizio in cui le autorità israeliane concedono ai coloni carta bianca, massima impunità. «L’esercito ha volutamente lasciato le nostre pecore senza cibo né acqua per tutto il periodo. Ancora oggi non possiamo avvicinarci alle stalle. Alla famiglia è stato inoltre impedito di muoversi all’interno del cortile della propria abitazione e persino di utilizzare il bagno», spiega Khalil. «Al contrario, ai coloni è stata consentita la libera circolazione all’interno del nostro villaggio. Hanno vandalizzato le nostre proprietà, protetti dai militari». Il 3 luglio, in piena notte, famiglie di coloni si sono installate nel cuore di Umm al Khair, portando anche bambini. «Ho provato a dialogare con loro ma è impossibile - sottolinea Khalil -. Quando hanno provato ad installare la bandiera dello Stato d’Israele mi sono opposto. Mi hanno circondato e percosso, ho ancora le ferite ad una mano e al piede destro». Il mirato danneggiamento alle tubature idriche

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