Tre raccolte pubblicate da Emuse restituiscono in italiano la voce del grande poeta palestinese: dalla Nakba all’esilio, dall’amore alla guerra, la lingua diventa memoria contro la cancellazione
Noi che abbiamo il potere di ricordare possiamo ancora renderci liberi. «È possibile conoscere davvero l’universo di un poeta attraverso una selezione delle sue poesie? È possibile comprendere il suo mondo attraverso un’antologia per giunta tradotta?». È la domanda che Mahmud Darwish pone nella prefazione a una sua raccolta, e che continua a parlarci con impressionante attualità di fronte a un progetto editoriale che in pochi anni ha portato in italiano tre libri del grande poeta palestinese: La saggezza del condannato a morte e altre poesie, Vorrei che questa poesia non finisse mai e L’effetto farfalla, pubblicati da Emuse, piccola casa editrice milanese che ha fatto di Darwish uno dei suoi riferimenti più costanti, affidando il lavoro a traduttori, poeti e studiosi: Sana Darghmouni, scrittrice, poetessa e docente di arabo all’Università di Bologna, Tareq Aljabr, poeta italo-siriano, Simone Sibilio, professore di lingua e letteratura araba presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il progetto editoriale si inserisce nella collana poetica disàmara - termine botanico che indica due sàmare unite simmetricamente e trasportate dal vento: un’immagine che descrive anche la funzione della traduzione poetica, parole che attraversano lingue e geografie senza perdere del tutto la propria origine. Tradurre Darwish significa farsi carico della funzione che la sua poesia ha avuto per un intero popolo: essere contro-narrazione, contestare la negazione della cultura palestinese, restituire dignità e realtà umana a chi la narrazione dei vincitori ha reso invisibile. La traduzione poetica è sempre, nelle parole di Darwish, «un’ombra dietro le parole»: annuncia e non maschera la distanza tra le due lingue, la abita invece, la trasforma in luogo possibile di incontro. «Il nostro è un Paese di parole». In questa frase si concentra forse l’intera esperienza storica e poetica della Palestina contemporanea. Quando la terra viene occupata, frammentata o cancellata, resta la lingua. La parola poetica diventa allora memoria, identità, resistenza contro la rimozione storica. I tre libri permettono finalmente al lettore italiano di attraversare in modo organico la voce di uno dei maggiori poeti del Novecento, costruendo un vero percorso dentro la sua poetica: dalla memoria della Nakba alla riflessione sull’esilio, dalla poesia amorosa alla meditazione metafisica sul tempo, la morte e la lingua. Un’opera che nasce dalla catastrofe storica palestinese ma che progressivamente si allarga fino a diventare riflessione sulla perdita, sullo sradicamento e sulla fragilità dell’esistenza contemporanea. Scrivere dopo la catastrofe Considerato da José Saramago uno dei grandi poeti del Novecento, Mahmud Darwish (1941-2008) è cresciuto nell’ombra della Nakba, la catastrofe del 1948 che disperse il popolo palestinese. Dal villaggio di al-Birwa, distrutto dopo la guerra, la sua vita diventa una geografia dell’esilio: Beirut, Mosca, Il Cairo, Tunisi, Parigi, Ramallah. «Sono venuto ma non sono arrivato / sono giunto ma non sono tornato». La famiglia

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