Ecco come il governo Meloni gestisce la migrazione, tra sospetto, xenofobia e necessità. Breve vademecum sul linguaggio usato dalla destra per negare l’identità e i diritti di milioni di persone
All’inizio non c’è l’immigrazione. C’è un uomo che esce presto. Taranto non è ancora piena di rumore, o lo è già in quel modo basso delle città di mare: serrande, motorini, un bar che apre. Bakari sta andando al lavoro quando viene colpito. Da quel momento comincia un’altra vita, e non è la sua: è quella pubblica. Bracciante. Maliano. Vittima. Ogni parola gli aggiunge qualcosa e insieme gliela toglie, mentre la cronaca prova a rimettere insieme i pezzi di una presenza che fino al giorno prima nessuno aveva davvero guardato. A Modena, pochi giorni dopo, accade il contrario. Un’auto sulla folla, un coltello, passanti feriti, e un cognome trascinato fuori dalla biografia prima che l’indagine trovi una forma. Qui l’origine non serve a restituire umanità. Serve a spiegare. El Koudri diventa matrice, la seconda generazione una crepa nel racconto nazionale. Si chiede la revoca della cittadinanza, e poco importa che la legge non lo consenta: conta l’avvertimento. Le due storie non si somigliano: un uomo ucciso mentre andava a lavoro, un uomo accusato di una violenza feroce. Quasi si respingono. Eppure, tenute accanto per un istante, mostrano la stessa cosa, il modo in cui certe vite, appena diventano notizia, smettono di appartenere a chi le vive. In un caso lo scavo biografico ricompone un uomo, nell’altro lo smonta. Cambia la direzione morale; non cambia l’oggetto. A essere interrogata è sempre l’origine. Quando muore, perché non era stata vista abbastanza. Quando è accusata, perché deve rispondere di più di ciò che ha fatto. Il metodo Questa interrogazione il governo di Giorgia Meloni l’ha trasformata in metodo, e conviene chiamarlo così, metodo, perché ha la regolarità di una procedura più che la foga di un’emergenza. Davanti a un fatto sociale, un omicidio, una rissa, un quartiere lasciato andare, la mossa si ripete: si cerca un’origine, si nomina una matrice, si chiede a una vita di rispondere di più di quanto abbia fatto. La migrazione diventa il posto in cui questa politica prova se stessa: prima sulle vite più esposte, poi sul resto. Un metodo che però questo governo non ha inventato: l’abitudine a trattare la migrazione come questione d’ordine c’era già. Ma nessuno, prima, l’aveva spinta con questa sistematicità, né ne aveva fatto il centro del proprio racconto pubblico. Il lessico fa la parte più importante del lavoro, e la fa prima del decreto, prima del centro di trattenimento, prima del rimpatrio. “Non integrabili”. “Degrado”. “Sicurezza”. “Seconda generazione”. Nessuna di queste parole, da sola, è falsa. Diventano pericolose quando smettono di aprire una domanda e diventano un posto dove mettere le persone. Quando un leader accosta immigrazione e criminalità non sta solo indicando un nemico: sta chiamando

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