Nel suo nuovo libro-manifesto il leader socialista Usa descrive l’America divorata dall’élite dei super-ricchi. E parla anche alla sinistra “senza popolo” italiana che appare inerte di fronte ai salari fermi e al welfare smantellato
Il sistema politico occidentale ha intrapreso negli ultimi tre decenni un percorso che gli analisti definiscono di “chiusura”. Non si tratta di un mero giudizio di parte, ma di un dato di fatto che coinvolge le democrazie nella loro interezza. Questo modus operandi, che non considera le sorti della cosiddetta classe media, non si può spiegare esclusivamente con il sopraggiungere della crisi economica, ma anzi ne è forse il principale precursore. Contro l’oligarchia (Chiarelettere) di Bernie Sanders, potrebbe essere catalogato come un saggio, ma in realtà è un vero e proprio libro-manifesto, perché analizza il fenomeno che ho appena accennato.
Leggere Sanders oggi in Italia non è un semplice divertissement, ma una questione di urgente sopravvivenza politica. Mentre la sinistra italiana si perde spesso in tecnicismi, formule retoriche rassicuranti o battaglie di puro posizionamento identitario, Sanders ci mette di fronte all’evidenza: gli Stati Uniti descritti nel libro non sono affatto lontani. L’Italia vive oggi dinamiche speculari, contrassegnate da salari fermi da trent’anni, dallo smantellamento sistematico del welfare e della sanità pubblica, e da un precariato ormai endemico. Contro l’oligarchia ci offre una mappa politica concreta e alcuni suggerimenti immediati per rifondare l’agenda e l’atteggiamento della sinistra italiana: rimettere i temi concreti al centro (salari, casa, lavoro), abbandonare il timore reverenziale nei confronti dei grandi gruppi di potere e tornare a farsi “strada” supportando attivamente la mobilitazione dal basso.
Mai come ora è utile conoscere (per comprendere meglio), quali siano i fenomeni che dietro le quinte danno un senso ad azioni, scelte e decisioni politiche, che spesso ci appaiono senza un nesso logico. L’oligarchia moderna è una cerchia ristrettissima di supermiliardari, che gestisce e possiede di fatto la ricchezza della quasi totalità della classe lavoratrice, e rappresenta, in percentuale, l’1% della popolazione. Basterebbero questi numeri per far rabbrividire qualsiasi storico che azzardasse una previsione su un lontano futuro. Nei fatti, in realtà, ci stiamo già dentro.
Questo controllo delle risorse, a cui l’élite economica mira, è divenuto, lentamente ma inesorabilmente, il triste rovescio della medaglia per le classi medie e non abbienti, che secondo Sanders vengono di fatto escluse dal patto antico con la politica. Una politica che, non decidendo più autonomamente, perde di fatto il controllo sulle scelte a medio e breve termine; il tutto dopo aver abdicato dà ancora più tempo sui grandi valori e sulla visione a lungo termine, che soprattutto in Europa era stata un fiore all’occhiello e aveva prodotto welfare e benessere.
In questo scenario Trump diventa un sintomo, certamente, ma anche uno straordinario acceleratore della deriva oligarchica. Non è un caso che il populismo delle frange più estreme si sia nutrito della rabbia operaia, non dando risposte ma offrendo con grande generosità capri espiatori sempre diversi, ma con il comun denominatore di favorire i propri interessi, attraverso deregolamentazioni di portata secolare e tagli fiscali aggiustati nel modo più consono per favorire l’élite di cui sopra.
Un processo che di fatto ha minato e continua a farlo, le conquiste democratiche. Favorendo e incentivando, come mai Questo articolo è riservato agli abbonati
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