I padri costituenti sottolinearono l’importanza, per la nuova repubblica, di darsi un respiro internazionalista. Fu Lelio Basso a ricordare che uno dei tratti salienti del regime fascista era quello di considerare lo straniero come il nemico. Mentre Nilde Iotti sottolineò la contraddizione tra le restrizioni apportate alle libertà di circolazione e la democrazia, in quanto la limitazione di un diritto nevralgico come quello di movimento rappresentava un altro tratto caratteristico del regime dittatoriale che la Resistenza aveva deposto. Lezioni attuali, che i cosiddetti sovranisti e rosso-bruni farebbero bene a ripassare.
Di certo, l’assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, organizzata dalla Flai-Cgil, tenutasi a Roma tra il 30 giugno e il 1 luglio presso lo spazio Agricoltura Nuova, ha intenzione di proseguire sulla strada tracciata dai Costituenti. Non a caso, il titolo dell’assemblea è stato Antirazzismo al lavoro, a sottolineare come la solidarietà, le lotte, l’emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, non possono prescindere dall’uguaglianza razziale. Non a caso, l’assemblea si è aperta con l’intervento dello zio di Bakari Sako, ucciso lo scorso 9 maggio a Taranto. In un’atmosfera permeata dalla commozione, lo zio ha incoraggiato i presenti a proseguire sulla strada delle lotte.
Nel corso del dibattito sono emersi tre elementi rilevanti. Il primo è quello della de-umanizzazione dei migranti, che caratterizza il nostro Paese. Sulla scia di quanto sosteneva alcuni anni fa Alessandro Dal Lago, l’esclusione dei migranti passa per la loro degradazione a non-persone. Nel momento in cui il termine “migrante”, da aggettivo, diventa sostantivo, viene riempito di connotazioni negative. Che, oltre a scaturire nella negazione dei diritti fondamentali, nella discriminazione, nei pogrom e in omicidi assurdi come quello di Bakary, occultano anche un altro aspetto. Ovvero, che i migranti sono lavoratori, quindi portatori di bisogni sociali complessi come colleghi, compagne e compagni italiane. Si crea inevitabilmente una spaccatura interna al mondo del lavoro, che impedisce di produrre quelle solidarietà e identità che fondano l’agire collettivo e consentono di elaborare e praticare progetti alternativi di società.
Il secondo aspetto riguarda l’istituzionalizzazione del razzismo che attraversa ampi strati della società italiana. Ancora oggi, i flussi migratori vengono regolati dalla Bossi-Fini. Una legge che riduce i migranti a forza-lavoro, partendo dal presupposto che rappresentino un problema di ordine pubblico. Gettando così le basi per la produzione e la circolazione del securitarismo, che, dalla società, finisce per sfociare nell’implementazione di decreti sicurezza che si ripercuotono sulla tenuta della convivenza civile e deteriorano la qualità della vita. Siamo di fronte a un vero e proprio circolo vizioso, con le restrizioni che allargano le maglie della criminalità e alimentano quell’allarme sociale che poi sfocia nelle leggi liberticide e che negano i diritti.
In realtà, rispetto alla questione criminale, si rende necessario un rovesciamento paradigmatico, spostando lo sguardo dal deficit, ovvero quelle letture della criminalità che la associano a carenze materiali o genetiche, all’abbondanza. In altre parole, è necessario guardare ai crimini dei potenti, che hanno luogo secondo due specifiche modalità. La prima è quella dell’approvazione e della messa in atto di legislazioni che contraggono i diritti civili, politici e sociali dei lavoratori, legittimando così lo sfruttamento.
La seconda modalità è quella di aggirare le regolamentazioni e dare spazio a una flessibilità che in realtà, a guardarla bene, è una vera e propria rigidità. Nel caso dell’agricoltura, per esempio, essere flessibili si traduce nell’accettare di lavorare in condizioni insalubri, per salari da fame, e vivere in ambienti malsani. Soprattutto, si tratta di una flessibilità governata attraverso il caporalato, vale a dire dalle organizzazioni criminali. Per questo motivo non si può parlare di lavoro flessibile. Le pratiche della criminalità organizzata, per la violenza di cui si connota, sono del tutto rigide, in quanto minacciano la vita e l’incolumità di chi non accetta le condizioni disumane che gli vengono imposte per sopravvivere.
Per queste ragioni, e questo è il terzo aspetto che è emerso dall’assemblea, bisogna articolare una risposta allo sfruttamento disumano mediato dal razzismo. Per farlo, è necessario riannodare il filo con le lotte dei decenni passati, da cui scaturirono spazi come quello che ha ospitato l’assemblea, e che fanno dell’agricoltura biologica e del lavoro retribuito adeguatamente, erogato a partire dal rispetto della dignità umana, la loro cifra. Si tratta di immaginare, pensare, praticare, forme di lotta e resistenza calibrate su misura del nuovo contesto, che rimuovano ogni possibile divisione interna, specialmente su base razziale. Rivendicando che la sicurezza non è quella dei decreti, bensì la possibilità di fruire di alloggi, paghe e condizioni di lavoro decenti. Che assicurino un’esistenza davvero umana.
L’assemblea non ha trascurato l’aspetto ludico come parte costitutiva dell’esistenza. Alla fine, la cena e la musica multietnica hanno concluso una giornata di emozioni, riflessioni e solidarietà. Speriamo sia solo l’inizio.




