L'autrice di Prepotenti vede il potere patriarcale come negazione del rapporto umano e della donna: dominio, silenziamento e controllo non sono forza, ma incapacità di vedere l’altra
Lara Ghiglione, docente e criminologa, si occupa di studi sulle dinamiche del potere, con particolare attenzione ai meccanismi di dominio e alle forme di violenza simbolica e strutturale, visibile e invisibile. Da segretaria confederale della Cgil nazionale è particolarmente impegnata nei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e nel contrasto alle disuguaglianze e alla prepotenza nei luoghi di lavoro. Tra i suoi libri pubblicati spiccano Così parlano le mafie (Città del Sole edizioni, 2020) e Corrotti (Armando editore, 2021), a riprova del suo forte impegno per la legalità e la giustizia. Da qualche mese è nelle librerie il suo nuovo lavoro Prepotenti (Futura editrice, 2026). Dunque Lara, Prepotenti è una sorta di vademecum rivolto alle donne, che parla di come non sentirsi più sole, sconfitte o inadeguate, nella vita come nei luoghi di lavoro. Mi chiedo se questa intervista non parta subito con una contraddizione di fondo, e cioè il fatto che a farle le domande sia un intervistatore e non un’intervistatrice. È così? No, non la considero affatto una contraddizione. Anzi, credo che il tema del potere, del patriarcato e delle relazioni tossiche non riguardi solo le donne. Riguarda il modo in cui organizziamo la società, il lavoro, i rapporti umani. Nel libro provo a spiegare che il machismo non coincide con gli uomini in quanto categoria biologica, ma con il modello culturale patriarcale che impone dominio, competitività e controllo come forme “naturali” dell’autorità. Per questo penso che sia importante che gli uomini partecipino alla discussione, si mettano in ascolto e si interroghino sul proprio ruolo. Il cambiamento non può essere un compito scaricato soltanto sulle donne. Certo, è fondamentale che le donne abbiano spazi autonomi di parola e autodeterminazione, ma è altrettanto necessario che gli uomini decidano da che parte stare. Anche perché il machismo, come scrivo nel libro, produce danni non solo alle donne ma anche agli uomini, costretti dentro modelli emotivamente impoverenti e relazioni fondate sulla performance e non sull’autenticità delle proprie emozioni. Ma veniamo al libro. Partirei da quello che hai chiamato “Glossario potente”, la spiegazione di alcuni termini o di locuzioni, che hai posto alla fine di ogni capitolo. Che funzione ha? Ha una funzione profondamente politica. Nel libro scrivo che ciò che non si nomina resta confuso, isolato, privato e che dare un nome alle dinamiche di potere significa renderle finalmente visibili. Molte persone vivono situazioni di svalutazione, silenziamento, discriminazione o manipolazione senza avere gli strumenti per riconoscerle. E quando non riesci a nominare quello che ti succede, tendi a pensare che il problema sia tuo: sei troppo sensibile, troppo fragile, poco adatta. Il glossario potente serve proprio a rompere questo isolamento. Termini come “dominazione simbolica”, “silenziamento”, “bias”, “punizione simbolica” aiutano a capire che certe esperienze non sono casi individuali, ma effetti di strutture culturali e organizzative precise. Nominare significa anche togliere protezione al dominio. Quando qualcosa diventa riconoscibile, smette di sembrare inevitabile. Nelle prime pagine descrivi la prepotenza come caricatura del potere, cioè il suo volto

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