Dalla storia di Giuseppina Pesce raccontata da Danilo Chirico e dal libro di Fabio Roia e Ilaria Ramoni emerge una conclusione comune: la criminalità organizzata è fondata sullo stesso del sistema patriarcale che ancora persiste nella società civile e sfocia nella violenza sulle donne: Il controllo, la gerarchia, il silenzio
"A cu’ apparteni?”. Sono le prime parole con cui ho imparato a riconoscere la subcultura mafiosa negli anni Novanta. Una domanda che circoscrive in una piccola realtà, senza orizzonti e in cui si conoscono tutti, ogni famiglia ha una sua influenza e ogni persona che non ha legami è un corpo estraneo.
Nel suo sembrare innocua è un segnale di un linguaggio di possesso, di un modo di vivere i rapporti con ciò che ci circonda e con le persone che si incontrano. E di questa cultura fa parte anche un certo modo di trattare le donne, soprattutto quelle che fanno parte della tua famiglia. Devono rispettare delle regole, non discutere gli ordini e non devono mai, mai mettere in imbarazzo la famiglia. Una “femmina” non è mai sua, è del padre, del marito e del clan. Ed è in quel “di” che si nasconde un sottotesto di possesso, in quel «a cu’ apparteni» che si intreccia la più arcaica delle culture tossiche, il patriarcato, con quella mafiosa. La prima è ben più radicata e capillare di ogni altra, e più d’uno leggendola avrà sbuffato. Potrebbe sembrare un accostamento a una cultura rurale ormai superata, oppure una generalizzazione confusa. In entrambi i casi non è così. Quel linguaggio di possesso travalica il dialetto e fa parte di ogni substrato con il più italiano: “Di chi sei figlia?”. Cambia l’inflessione e anche il “lignaggio” ma non le aspettative verso la tua educazione in quanto donna, se alla base c’è una cultura patriarcale. Patriarcato è una parola che non piace troppo. E tanti preferirebbero non fosse pronunciata così spesso, perché è nel silenzio che acquista più potere. Questa è la cornice necessaria per un’intervista a più voci che non racconta solo storie, ma che può aiutarci a capire perché è importante riconoscere il patriarcato e sconfiggerlo. Non solo per il contrasto alla violenza contro le donne, ma anche per la lotta per la legalità. Danilo Chirico nel suo libro La figlia del clan (Piemme) ha permesso a Giuseppina Pesce di raccontarsi. Lei è figlia di Salvatore Pesce, boss di una delle ‘ndrine più potenti di Rosarno. Nata dentro la ‘ndrangheta, sposata a un uomo del clan, ha vissuto tutta la sua vita secondo le regole dell’organizzazione, finché nel 2010 - arrestata e poi incoraggiata dalla magistrata Alessandra Cerreti - ha scelto di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni hanno portato a decine di condanne, inclusa quella di suo padre e dei suoi fratelli, e hanno permesso di smantellare interi rami della cosca Pesce-Bellocco, una delle più potenti e sanguinarie della Piana di Gioia Tauro. Oggi vive sotto scorta, con un altro nome, lontana dalla Calabria. Eppure, nel leggere la sua storia, quella stessa donna era una che non si sentiva niente: era convinta di non avere valore. Viveva una vita in cui non sentiva di avere scelte reali, se non quelle imposte per “tradizione” o “cultura”. Era sempre stata di qualcuno.
Danilo, nel libro descrivi Giuseppina Pesce dicendo che era una donna, una madre, una figlia e una pentita di ’ndrangheta. Cosa ha fatto scattare la decisione di collaborare?
Lei ha una sola risposta: «L’ho fatto per i miei figli, per proteggerli e per tentare di fargli avere una vita diversa da quella che ha avuto mio fratello, mio padre, mio marito. E io stessa». Sentire il marito che nel guardare il figlio diceva: «Guarda che bella mano che hai, sei nato per sparare». Sono semi di cambiamento che l’hanno avvicinata a una scelta arrivata poi quando è stata arrestata. La collaborazione non è stata lineare, ma nella sua storia leggiamo un elemento fondamentale di cura dei figli, di manipolazione della loro educazione. Le donne sono coloro che possono tramandare i codici mafiosi, ma anche che li possono spezzare.
Giuseppina, a volte, sembra inconsapevole della propria centralità all’interno degli affari di famiglia. Come interpreti questa cosa?
Lei era un pezzo essenziale dell’ingranaggio, ma un pezzo senza riconoscimento. Non era la boss, non si percepiva come tale. Andava in carcere a trovare il padre, a portare i soldi. Faceva ciò che le chiedevano perché glielo chiedevano il padre, il fratello. Per lei quella era la vita della sua famiglia, con le sue dinamiche, i suoi affetti, le sue gerarchie.
Nel libro emerge un rapporto con il padre che potremmo definire di adorazione. Come convive questo con la scelta di collaborare?
Lei lo dice in modo diretto: anche la scelta di collaborare, in fondo, è frutto dell’educazione ricevuta da suo padre. «Mio padre mi ha insegnato a mettere la famiglia al primo posto. Io l’ho fatto». L’ha fatto per proteggere i figli. C’è però un elemento che lei considera il vero tradimento subito dal Questo articolo è riservato agli abbonati
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