Da Junio Valerio Borghese a Roberto Vannacci, il nuovo libro di Matteo Pucciarelli traccia una genealogia della nostalgia fascista. Linguaggio, simboli, miti e pose che tornano nello spazio pubblico e chiedono un rifiuto radicale, civile, democratico
Il libro di Matteo Pucciarelli Decina Mas. La vera storia (Piemme) non solo ricostruisce le vicende di questo «corpo speciale» dell’esercito fascista, messosi poi al servizio dei nazisti al tempo della Repubblica sociale italiana, ma approfondisce il percorso eversivo dei suoi appartenenti nel dopoguerra, in particolare del suo comandante, “il principe nero” Junio Valerio Borghese, per approdare ai suoi attuali estimatori. Un lavoro che riprende e attualizza la storica ricerca di Ricciotti Lazzero (La Decima Mas. La compagnia di ventura del “principe nero”) uscita ormai nel lontano 1984.
Cavalieri subacquei
Formalmente costituitasi nel marzo 1941 in onore della Decima legione di Giulio Cesare (utilizzata nel 58 A.C. per l’invasione della Gallia) come Decima flottiglia Mas della Regia Marina (Mas stava per “motoscafo armato silurante”), si pose idealmente in continuità con le imprese degli incursori della grande guerra, protagonisti di epiche imprese nel 1918 ai danni dei navigli e delle corazzate austro-ungariche. Una élite di “cavalieri subacquei”, con pochi mezzi leggeri, una sorta di aristocrazia approntata per «colpire nel cuore delle basi dell’avversario». Il punto più alto fu raggiunto nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941, quando penetrarono a bordo di «tre siluri a lenta corsa» (guidati a cavalcioni con operatori muniti di respiratori comunemente denominati “maiali”) nella base navale britannica di Alessandria d’Egitto per collocare cariche esplosive sotto una petroliera, un cacciatorpediniere, ma soprattutto due corazzate (la Hms Valiant e la Hms Queen Elizabeth), mettendo così fuori uso le unità maggiori della Royal Navy nel Mediterraneo orientale. Una “impresa” passata alla storia, preceduta e seguita da altre altrettante “eroiche”, ma senza riuscire alla fine, sottolinea Matteo Pucciarelli, cronista politico di Repubblica, a cambiare «l’equilibrio del conflitto», per quanto la Decima con le sue azioni avesse rappresentato, nei termini di distruzione di unità nemiche, «circa il 38% dei risultati complessivamente conseguiti dalla Marina Militare». Un mito, presentato dal regime come «incarnazione perfetta dell’ideale umano fascista: corpo allenato, volontà ferrea, dominio della paura, fusione tra tecnica e spirito».
L’alleanza con i nazisti
Con la nascita della Rsi, la Decima entrò nel nuovo Stato fascista, assoggettandosi all’occupante nazista. Un corpo «agli ordini dei tedeschi» sotto il diretto controllo del generale delle SS Karl Wolff. Non una scelta solo militare ma anche politica, in continuità con il retroterra ideologico precedente, figlia dello «squadrismo con la distruzione fisica del nemico, proseguita con la dittatura e le leggi razziali». Si trasformerà in «forza di terra» impegnata in «operazioni antipartigiane e di repressione interna». Il simbolo adottato sarà un teschio con una rosa in bocca perché «la morte in combattimento è una cosa bella, profumata». Dai 1200-1400 uomini passerà a più di diecimila, tutti volontari, per i quattro quinti di età inferiore ai 25 anni.
Verrà impiegata sul fronte interno e non sui campi di battaglia. I nemici saranno «i traditori» da punire, macchiandosi di stragi e crimini efferati contro i connazionali, autonomamente e con le SS. Come a Forno, nei pressi di Massa, il 13 giugno 1944, che costò la vita a 68 persone, o a Borgo Ticino nel novarese, dove il 13 agosto 1944 furono trucidati 12 civili. Responsabilità dirette in episodi di violenze «condite quasi dal gusto macabro e malato nel compierle». Nel famoso “Armadio della vergogna”, rinvenuto nel maggio del 1994 nella sede della Procura generale militare di Roma, con ben 695 fascicoli Questo articolo è riservato agli abbonati
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