Novanta obiettivi in una notte, e la guerra con l’Iran riparte esattamente da dove l’avevano lasciata. Donald Trump, dal vertice Nato di Ankara, ha dichiarato finita la tregua di metà giugno: quella che gli stessi che oggi accolgono tutto con la faccia di chi se lo aspettava ci avevano rivenduto come una vittoria. Lo Stretto di Hormuz è di nuovo un fronte, il petrolio è schizzato sopra gli 80 dollari al barile, e colpisce la calma con cui la politica e i giornali registrano il ritorno alla guerra, come fosse nell’ordine delle cose.
Del resto questo mondo ha bisogno della guerra, e lo ha spiegato meglio di ogni analisi il vertice che pareva una fiera d’armi: Erdogan ha congedato i leader regalando a ciascuno un revolver inciso col nome e le munizioni vere nella scatola. Souvenir. Le economie hanno già svoltato da un pezzo: Ursula von der Leyen ha fatto del riarmo, 800 miliardi entro il 2030 con il piano ReArm Europe, il vessillo di una Commissione a corto di qualsiasi altra idea.
E la guerra costa. Costa in vite, lì. Costa nelle tasche di chi qui si vedrà tagliare ancora sanità e pensioni per far quadrare i bilanci del riarmo, mentre Mark Rutte spiega orgoglioso al Financial Times che le commesse europee valgono 300 miliardi di dollari e quasi 200mila posti di lavoro negli Stati Uniti, tenuti in piedi pure dai circa 5.000 voli americani partiti dalle basi del continente. I soldi vanno lì. A morire si comincia altrove. Per chi decide, evidentemente, non è un problema.
La tregua era una pausa pubblicitaria. La guerra è rimasta nei bilanci anche quando spariva dai titoli.
Buon venerdì.




