Cade la legge-feticcio

188 contro 187. A scrutinio segreto la Camera ha affossato l’emendamento sulle preferenze di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc, quello su cui il governo aveva messo il timbro con il parere favorevole dei relatori e della ministra Casellati. Semplificando, niente di meno di una fiducia mascherata da tecnicismo.

Giorgia Meloni aveva alzato la posta poche ore prima, con un post: sfidava le opposizioni a votare a viso aperto, ognuno “ci metta la faccia”. Ha chiesto di mostrare le carte ma le hanno stanato il bluff. Con la beffa dentro la beffa: la faccia la pretendeva dagli altri e al momento del voto è mancata proprio la sua.

Chi ha sparato nell’urna resta ignoto, perché il segreto serve a questo. Il Pd conta 36 franchi tiratori, la Lega ne ammette 31 e giura di avere i banchi puliti, i vannacciani accusano gli azzurri, gli azzurri negano. Una maggioranza che si perquisisce da sola.

Fuori dai banchi del governo è subito coro. Giuseppe Conte parla di premier sfiduciata dai suoi, Elly Schlein intima «andate a casa». Antonio Tajani prova a rimpicciolire tutto, «incidente di percorso», dice. Sarà. Un incidente su cui il governo aveva messo la faccia intera.

Resta il fatto politico, e pesa: cade la legge-feticcio, il “Melonellum”, in un paese con i salari fra i più bassi d’Europa e le bollette fra le più care. “Ha vinto di nuovo la palude”, scrive lei. Vero, solo che la palude, stavolta, sedeva tra i suoi banchi. La palude è il suo governo. 

E già qualcuno sussurra elezioni, come se una débâcle fosse la scorciatoia per le urne. La doppia maschera si scioglie col caldo, e sotto resta una crepa che la seduta a oltranza serve solo a far vedere meno.

Buon mercoledì.

Foto Gov