Le astuzie del Vaticano per porre dei paletti alla norma

Decidere sulla fine del proprio tempo. Materia difficile, coperta nei secoli da un silenzio a volte complice, come ci ricorda Michela Murgia con Accabadora, colei che aiuta il destino a compiersi. Eppure, non passa giorno che non si affronti lo stato dell’arte sul fine vita da un punto di vista non solo socio culturale, ma giuridico legislativo, dunque politico. Se ne parla in articoli di giornali, uno scritto su piattaforme social, se non in radio o televisione.

È un argomento molto sentito e partecipato ed è proprio del 15 luglio la notizia che l’Assemblea Nazionale Francese ha dato via libera alla legge sul diritto all’aiuto a morire. Che consentirà ai cittadini francesi ed anche ai residenti legali in Francia, dal diciottesimo anno di età in poi, se affetti da patologie gravi e incurabili, di ricevere dallo Stato i farmaci letali necessari a morire. Questo in linea con altri Paesi europei come Belgio, Paesi Bassi, Spagna e Svizzera, ma anche Canada (Maid, Assistenza medica a morire) e Uruguay (Legge sulla morte con dignità).

L’associazione Luca Coscioni sottolinea che mentre le istituzioni francesi sono riuscite a trarre le conclusioni dopo un proficuo ascolto della voce della società, in Italia il Parlamento stenta a decidere, ignorando i moniti della Corte costituzionale e le iniziative popolari sul fine vita, lasciando un vuoto legislativo sul suicidio medicalmente assistito. Una insipienza di alto costo che continuerà ad essere pagata dalle persone malate.

Le avvocate Claudia Puntoriero e Angela Zinna per Carminella Aps alla presentazione a Roma del libro L’ultima estate canara di Fernanda Gigliotti (Officine Editoriali da Cleto, con prefazione di Mina Welby) hanno ricostruito la vicenda italiana: a quasi sette anni dalla sentenza n. 242/2019 con la quale la Corte costituzionale fissava dei parametri per la non punibilità del suicidio assistito, e dopo la dichiarazione della Corte costituzionale nel 2022 sull’inammissibilità del referendum popolare promosso dall’Associazione Coscioni, si arriva alla sentenza n. 135/2024, sempre a firma del giudice delle leggi che mantenendo ferme le condizioni di accesso ed i requisiti, ne amplia l’interpretazione applicativa. Così, il criterio passa dall’essere tecnologico (il paziente dipende da una macchina?) ad essere funzionale (il trattamento, qualunque esso sia, è indispensabile a tenere in vita il paziente?) Questo intervento ha certamente ridotto il rischio di disparità tra portatori di diverse patologie, tutti però dipendenti da interventi sanitari essenziali per la sopravvivenza. Ma sono rimaste aperte altre questioni, che vengono affrontate con una nuova sentenza della Corte costituzionale, la n.66/2025, che non elimina il requisito del trattamento di sostegno vitale, anzi lo conferma, rinnovando contestualmente il proprio monito al Parlamento a pronunciarsi con organica disciplina sul fine vita. E ancora la Consulta dopo qualche mese assume con la sentenza n. 204/2025 una decisione molto importante in merito alle competenze regionali, chiarendone l’assetto. La mancanza di una legge nazionale ha infatti spinto alcune Regioni ad intervenire e con questa sentenza, prima Toscana, e poi Sardegna hanno approvato leggi regionali che comunque non introducono nuovi sostanziali requisiti, oltre quelli indicati dalla Corte. Altre Regioni si sono mosse in tal senso, con proprie proposte e per questo l’associazione Luca Coscioni si è fatta promotrice di Liberi subito, campagna di raccolta firme a sostegno di una proposta di legge regionale al fine di garantire «procedure chiare ed uniformi nel rispetto delle competenze territoriali».

Ritornando alla approvazione della normativa giunta all’ultimo passaggio per il vaglio di legittimità da parte del Conseil Constitutionnel, non si può non cogliere che, in linea con le altre leggi straniere, anche in Francia non viene considerato il requisito del trattamento di sostegno vitale come necessario per accedere alla procedura. Così è invece per l’Italia, che solo in presenza di questi interventi che trattengono in vita, considera possibile l’intervento medico per la morte volontaria.

Purtroppo, bisogna prendere atto che si è ancora lontani dal disporre di una normativa che garantisca la libertà di autodeterminazione del soggetto; non si riconosce un diritto a morire perché antitetico rispetto a quel diritto alla vita che spesso viene difeso oltre i limiti della dignità umana. Certamente, nel nostro Paese ad oggi, molto peso continua ad avere il pensiero cattolico, la politica di Oltre Tevere che trova in Vincenzo Paglia, arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita una sua voce eminente, impegnata nella ricerca di un confronto con le istituzioni repubblicane, «nel contesto pluralista e democratico della società», come si legge in un vademecum dal titolo Piccolo lessico del fine vita (Libreria Editrice Vaticana, 2024). Nel confermare la posizione della Santa sede su eutanasia e suicidio assistito, si sceglie però di non arroccarsi in una ostinazione inumana, un accanimento terapeutico. Tutto questo perché viene considerato necessario nella ricerca di mediazioni giuridiche il contributo dei credenti, visti come portatori di una cultura a cui riconoscere peso equivalente alle altre.

E però, quando nel giugno 2025 viene presentata dal centro destra al Comitato ristretto delle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato una bozza sul fine vita, non si è potuto evitare lo scontro politico aspro perché non solo si dava priorità alle cure palliative che da garantite diventavano obbligatorie, ma si allungavano i tempi di valutazione. Oltre ad estromettere il Servizio sanitario nazionale dalla verifica dei requisiti, restringere il campo della sofferenza con un “innocente” cambio di congiunzione, per cui essa non deve essere più fisica O psichica, ma necessita di essere fisica E psichica. Beffa delle beffe, parlando di malati terminali in sofferenza, rimandare di quattro anni la possibilità di riesame della richiesta, qualora questa venisse negata in prima battuta.

Insomma, è questione da seguire con molta attenzione perché se è certo che chi non vuole non lo farà mai e nessuno mai lo obbligherà, invece è fondamentale il rispetto dell’autodeterminazione della persona che volesse usufruire della legge. Ed il Servizio sanitario nazionale deve fare la sua parte in quanto non è lo Stato che dà la morte, ma lo Stato laico che garantisce l’autodeterminazione dell’individuo, nel rispetto di un diritto fondamentale dell’essere umano che è quello della vita che ci appartiene. Contro la visione religiosa che vede nella vita umana un dono divino di cui non possiamo disporre.

Come persona ed in quanto psichiatra, mi oppongo da sempre senza ma e senza se al suicidio, inteso come tragico atto patologico, legato a quadri di conclamata malattia, gravi depressioni e schizofrenia, in special modo se si pensa che ad oggi rappresenta il secondo posto come causa di morte negli adolescenti. Parlare di intervento clinico in caso di suicidio potrebbe suonare come un ossimoro beffardo, Ma non è così se si riflette sul fatto che spesso per il paziente è un pensiero che si sviluppa nel tempo e dunque, a volte, se ne può avere sentore in una relazione terapeutica. O prevenire poi, nel caso di tentativi di suicidio che sono una palese richiesta di aiuto. Sono interventi complessi che richiedono elevati gradi di formazione.

Poi però, a volte mi sono ritrovata in alcune situazioni che nulla hanno a che fare con la patologia psichiatrica, mentre hanno molto a che vedere con la professione medica. In questi casi, il medico deve condividere momenti di difficile passaggio. Situazioni di malattie drammaticamente invalidanti in cui la persona si ritrova a dover decidere per se stessa in una solitudine umana profondissima, in un dialogo interiore laddove non è sola perché non ha affetti, ma perché tocca a lei. Nessuno può per te. Poi, chi tu vuoi, deve sapere cosa tu vuoi per te.

Come medico posso dire che quando questo soliloquio riesce, quando a questo fa seguito la comunicazione delle proprie scelte, magari con il ricorso al testamento biologico, ci si sente liberati, nella pienezza di essere esseri umani. Senso di liberazione condiviso con chi custodirà e tutelerà questa volontà.

Nel luglio 2025 il collega anestesista Mario Riccio, consulente dell’Alc che ha gestito in Italia i primi suicidi assistiti tra cui quello di Pier Giorgio Welby, ha concesso una accorata intervista ad Elisa Forte, giornalista de La Stampa, nella quale chiedeva ai colleghi medici di non essere lasciato solo in quello che lui considera un dovere del medico moderno verso il paziente. Adriana, medico protagonista de L’ultima estate canara, in concordia con Riccio così si rivolge a Giannina amica del cuore a cui affida le dichiarazioni anticipate per l’esecuzione delle proprie volontà (Dat): «Promettimi che ti amerai…Non voglio morire con dolore e non voglio nemmeno sopravvivere da ameba. Voglio che si faccia solo quello che serve».

L’autrice: Maria Rosaria Bianchi è medico psichiatra psicoterapeuta, presidente Carminella Aps, socia Alc

In apertura, immagine realizzata con IA