Fakir gridava aiuto. Il governo ha scelto di sentire un altro rumore, quello dei vetri rotti

«Aiuto, basta, basta.» Sono le parole che Abderrahim Fakir, 43 anni, marocchino regolare, grida nel video poco prima di morire, a faccia in giù al Pilastro di Bologna, il 19 luglio, mentre due agenti lo tengono a terra dopo lo spray al peperoncino.

Passano due giorni e arriva il commento di Giorgia Meloni. La verità, scrive, va cercata “senza sconti per nessuno”: una frase giusta, doverosa. Poi la seconda parte, quella che regge davvero tutto il post, “nulla può giustificare la violenza contro le Forze dell’Ordine”. Sul morto una riga, sulle divise un paragrafo, e il baricentro del discorso scivola piano dalla vittima a chi la vittima l’ha immobilizzata.

È la tecnica della finta equidistanza, la stessa che ha usato in fotocopia con il video di Roberto Vannacci. Il 20 luglio l’ex generale aveva diffuso una clip fatta con l’intelligenza artificiale in cui, vestito da imperatore romano, manda ai leoni Elly Schlein e Giuseppe Conte. Meloni si è dissociata, ci mancherebbe, salvo aggiungere che la condanna dell’odio “deve valere sempre, senza doppi standard” e girare subito il conto alla sinistra. Prima ti disegnano nell’arena, davanti ai leoni, poi ti spiegano che l’odio è un problema tuo.

Gli studiosi la chiamano inversione di vittima e colpevole, ed è il cuore della manovra: chi dovrebbe rispondere di una morte in custodia si accomoda nella parte offesa. Funziona benissimo, perché a fine giornata gli unici feriti da compiangere restano le 64 divise contuse negli scontri.

Fakir gridava aiuto. Il governo ha scelto di sentire un altro rumore, quello dei vetri rotti.

Buon mercoledì.

Giulio Cavalli
Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.