Se il messaggio politico diventa soprattutto “chi sbaglia paga”, il rischio è che la funzione rieducativa perda centralità

Con la nuova norma approvata dal Consiglio dei ministri sull’imputabilità dei ragazzi tra 14 e 18 anni di età, si rovescia il principio di tutela del minore. La giustizia minorile italiana è costruita sull’idea che l’adolescente non sia un adulto in miniatura. La valutazione individuale della maturità psicologica è un cardine del sistema. Con la presunzione di imputabilità, il punto di partenza diventa l’opposto: il ragazzo è considerato maturo fino a prova contraria. Questo può rendere più difficile far valere le peculiarità dello sviluppo adolescenziale.
L’adolescente non coincide con la piena maturità, la valutazione del rischio e la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni continuano a svilupparsi ben oltre i 14 anni. Nell’adolescenza entrano in gioco dinamiche complesse e non sempre armoniche che mirano allo sviluppo dell’identità.
Questa norma rischia di spostare l’asse dalla rieducazione alla punizione. La giustizia minorile italiana è storicamente orientata al recupero educativo. Se il messaggio politico diventa soprattutto “chi sbaglia paga”, il rischio è che la funzione rieducativa perda centralità. La letteratura criminologica mostra che la riduzione della devianza minorile dipende soprattutto da scuola, servizi sociali, sostegno alle famiglie, interventi precoci e inclusione. Rendere più facile dichiarare imputabile un adolescente non affronta le cause della criminalità giovanile. La riforma non abbassa formalmente l’età dell’imputabilità, ma abbassa la soglia culturale con cui guardiamo all’adolescenza: il minore non è più un soggetto da comprendere nella sua maturazione, bensì un adulto presunto che dovrà dimostrare di non esserlo.

L’autrice: Maria Gabriella Gatti è pediatra, neonatologa, psicoterapeuta e docente della scuola di psicoterapia dinamica Bios Psichè

Immagine realizzata con IA