Cuba attraversa una crisi economica, energetica e sociale che, per gravità, viene sempre più spesso paragonata al “periodo speciale” seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Questa volta, tuttavia, l’isola affronta l’emergenza in uno scenario internazionale profondamente mutato: il Venezuela non è più in grado di garantire il sostegno economico e petrolifero del passato, l’integrazione latinoamericana si è indebolita e numerosi governi della regione hanno assunto un orientamento conservatore o apertamente vicino agli Stati Uniti. Ne parliamo con Gennaro Carotenuto, esperto di politica internazionale, giornalista e docente di Storia contemporanea all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”.
Professore, per decenni Cuba è riuscita a sopravvivere all’isolamento statunitense costruendo alleanze economiche e politiche alternative, prima con l’Unione Sovietica e poi con il Venezuela e i governi progressisti latinoamericani. Qual è oggi per grandi linee lo scenario in cui si muove?
Le relazioni diplomatiche e politiche che Cuba aveva costruito nel XXI secolo si stanno dimostrando fragili. Ogni volta che in un Paese latinoamericano cambia il segno politico del governo, la rottura o il ridimensionamento dei rapporti con l’Avana diventa una misura simbolica delle destre, spesso adottata per compiacere Washington. Alcuni governi hanno interrotto i programmi di cooperazione sanitaria e rimandato indietro i medici cubani. Altri non lo hanno fatto, ma il quadro complessivo resta negativo. Cuba era tornata a essere un punto di riferimento dopo il “periodo speciale”, quando veniva descritta come residuale e sul punto di implodere. Durante la Guerra fredda aveva costruito con l’Unione Sovietica un rapporto diseguale. Semplificando: zucchero in cambio di tutto ciò che serviva al Paese. In seguito aveva stabilito con il Venezuela uno scambio meno squilibrato, ma comunque fondato su una forte dipendenza: petrolio venezuelano in cambio di servizi, in particolare della presenza di migliaia di medici cubani. L’esperienza più nota è stata Barrio Adentro, decisiva per costruire un sistema sanitario pubblico territoriale in Venezuela. Quel modello è stato poi riproposto in molti Paesi, perfino in alcune regioni italiane durante la pandemia. Ma oggi non esiste più nelle forme che abbiamo conosciuto. Io distinguo tra l’epoca in ascesa di Chávez e il chavismo successivo alla sua morte, cioè il madurismo. Si tratta di un lungo logoramento che mette a nudo i limiti di un’esperienza. Questa, al di là delle pressioni e sanzioni statunitensi, si è dimostrata incapace di superare un modello di Paese dipendente che, capitalismo o socialismo, resta fondato sulla rendita petrolifera.
È quindi definitivamente venuto meno l’asse tra Cuba e Venezuela?
La storia venezuelana ci riporta ai classici, alla “teoria della dipendenza” di Raúl Prebisch negli anni Sessanta. Il Venezuela crede (da prima del chavismo e continuerà così dopo il chavismo) di poter far prosperare un Paese di trenta milioni di abitanti vendendo
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