Immagina, antidoti contro la rassegnazione (Feltrinelli), il nuovo libro del sociologo Stefano Laffi, offre una suggestiva chiave per uscire dalla prigione del presentismo e per liberarsi dal mantra di ci ripete continuamente “There is no alternative”: Non c’è alternativa al capitalismo, alle guerre, alla corsa agli armamenti, non c’è alternativa a questa società basata sulle disuguaglianze e sulla paura dell’altro, del diverso da sé. Tutti al fondo sappiamo che non è vero, ma lo diventa nel momento in cui accettiamo di chiudere gli occhi dell’immaginazione, che caratterizza bambini, adolescenti e artisti, ma che noi adulti “normali”, tendiamo a negare, tarpare, a sacrificare sull’altare della razionalità strumentale. E invece, ci ricorda Laffi, proprio nella ricchezza della nostra fantasia, proprio nella capacità di sognare, immaginare ciò che ancora non c’è possiamo trovare la vitalità per un cambio di visione. Non solo personale, ma anche collettiva e politica. Domenica 13 al festival Con-vivere a Carrara Laffi parlerà anche di questo. Intanto gli abbiamo rivolto qualche domanda per approfondire.
Stefano Laffi, con il suo nuovo libro lei ci ricorda che, quando smettiamo di immaginare, diventiamo più manipolabili. Oggi una parte della politica costruisce consenso proprio attraverso la manipolazione della realtà e soffiando sul fuoco della paura dello straniero, della criminalità, della perdita di status. C’è un rapporto diretto fra la fine dell’immaginazione e l’avanzata delle destre autoritarie?
C’è un rapporto diretto fra immaginazione e immaginari. L’immaginazione è il nostro atto creativo di libertà: ricombiniamo e ricomponiamo elementi per vedere ciò che non abbiamo davanti agli occhi. Questi elementi li peschiamo in buona parte dall’immaginario, lo sfondo narrativo in cui ci muoviamo, fatto delle serie che vediamo, delle notizie che leggiamo, dei racconti che sentiamo, dei libri e di tutto il materiale culturale, così come di ciò che vediamo nei viaggi. Questo sfondo narrativo è il nostro archivio, l’album da cui costruiamo ciò che non c’è. Chi ha interesse a controllare la popolazione, nel bene e nel male non può agire sull’immaginazione individuale, atto proprio di ciascuno. Può agire sugli immaginari, sullo sfondo narrativo. Ora, se chi ha interesse a manipolare le coscienze costruisce uno sfondo fatto di paura, attraverso le notizie o la promozione di crime stories e fiction dove il crimine è al centro, le persone comuni avranno a che fare con quello sfondo. La loro capacità di immaginare diversamente non sarà semplice, perché il loro album sarà fatto di quegli elementi. Ho fatto un esperimento su me stesso: ho guardato per molte ore consecutive Rete 4, vivendo a Milano. Un’esposizione forzata e prolungata, come in Arancia meccanica, a notizie centrate sulla paura dell’altro – l’altro ruba, entra in casa, fa violenza, la fa franca perché non c’è giustizia in grado di fermarlo. Dopo quell’esperimento, qualunque persona incontrassi per strada poteva apparirmi come un nemico, una minaccia.
C’è una parola che ricorre moltissimo nel discorso pubblico contemporaneo: “realismo”. Essere realisti significa accettare il riarmo, considerare inevitabili le disuguaglianze, adeguarsi ai rapporti di forza. Quando il realismo smette di essere conoscenza della realtà e diventa ideologia della rassegnazione?
Il realismo, per dirla con Mark Fisher, è assumere l’ideologia della realtà: credere che ciò che esiste in questo momento sia l’unica forma possibile del mondo. Questo realismo viene scambiato per maturità, per maggiore consapevolezza, per adultità – i bambini sognano e fantasticano, gli adulti sono realisti. È la vulgata principale. La realtà è solo una contingenza fra le tante combinazioni possibili che il mondo offre. Le cose vanno così, ma potrebbero andare diversamente. Quando non vediamo più i mondi possibili che stanno accanto al mondo reale, quando non siamo più in grado di relativizzare il presente invece di ratificarlo, il realismo è diventato un’ideologia e si è persa la capacità di immaginare.
Lei individua negli anni Ottanta e nel “There is no alternative” di Margaret Thatcher una cesura. Il neoliberismo, allora, non è stato soltanto un modello economico, ma un progetto culturale che ha cercato di rendere impensabile un’altra società? Quali conseguenze patiamo ancora oggi?
Il neoliberismo degli anni Ottanta è stato di fatto – probabilmente anche nelle intenzioni – un progetto culturale che ha provato a smontare, nella testa delle persone, l’idea che le cose potessero essere diverse da come erano in quel momento. In parte mentendo: fingendo che la storia fosse finita, che non ci fosse più nulla da conquistare, che stessimo bene così. E quindi non servisse più immaginazione. Ma poi abbiamo capito che la storia non era finita, qualcuno stava bene, qualcuno no, e le cose sono comunque cambiate. Le crisi successive hanno dimostrato che questo non è il migliore dei mondi possibili, e proprio per questo vale la pena vivere e lottare. Mark Fisher racconta che chi assume radicalmente quel pensiero fa fatica a vivere la propria vita, perché non ne trova più un senso. Cioè, se non c’è un futuro diverso dal presente, se le cose non possono che andare in un solo modo, il mondo diventa indifferente, statico, condannato a un giro di giostra identico a se stesso. Esserci o non esserci diventa irrilevante, così scatta una sindrome quasi depressiva, che Fisher vide anche nei suoi studenti, per la mancanza di senso di un’esistenza sotto quell’ideologia.
La capacità di immaginare è ciò che ci contraddistingue fin dalla nascita come esseri umani. Bambini e adolescenti sono campioni in questo ambito, ma la nostra società basata sull’idea della produttività, sulla razionalità strumentale, basata sul modello dell’homo economicus, tutto teso al profitto e povero di affetti, nega l’identità umana di bambini e adolescenti?
L’immaginazione ce l’abbiamo tutti. Non è il talento di qualcuno, è una facoltà universale, con qualche eccezione. Ma non tutti la esercitiamo allo stesso modo. Paradossalmente, la usa di più meno chi ne avrebbe più bisogno, perchè oggi sono figure come Donald Trump e Elon Musk a immaginare tanto, i loro sogni sono i nostri incubi. Esiste in sostanza un dream gap, una diversa distribuzione della capacità di immaginare situazioni diverse da quelle vissute, che segue le variabili della disuguaglianza e della discriminazione. Segue ad esempio la classe sociale: sogna di meno chi ha di meno, perché vede come poco probabile il cambiamento, non avendolo mai vissuto né visto nella vita dei propri genitori, e quindi non si avventura in un pensiero frustrante. Il suo immaginario è più povero — ha viaggiato meno, ha vissuto una realtà più statica — e ha un repertorio più limitato di possibilità da cui costruire varianti. Segue anche la questione di genere. Le ragazze immaginano meno dei ragazzi, in media, perché leggono già in giovane età le discriminazioni a cui andranno incontro crescendo, ed evitano pensieri frustranti su ciò che non potrebbero ottenere, per come viene raccontato o per come loro stesse constatano la prospettiva che hanno davanti.
Che ruolo può e deve avere la scuola per sostenere le potenzialità di bambini e ragazzi ai tempi dell’intelligenza artificiale?
La scuola dovrebbe lavorare molto con l’immaginazione, fra le altre cose, nel libro dettaglio proprio ocme fare. Il compito nei confronti delle nuove generazioni non è ratificare il presente, addestrarle a constatare la realtà e incastrarle nei vissuti che hanno, suggerendo di adattarsi. Insegnare oggi significa usare tutto il materiale culturale — la storia dell’arte, la storia della letteratura, la storia del pensiero, la storia in sé, la scienza — per accompagnare le nuove generazioni a guardare le cose nel loro principio evolutivo, nella possibilità di cambiare, nelle chance che l’uomo ha di migliorarle. Insegnare a cambiare la realtà è un compito diverso da illustrare le cose così come sono, si fa con esempi, parole, strumenti differenti. Cioè io posso insegnare la storia come sequenza di guerre – spesso ne abbiamo un ricordo del genere a distanza di anni – oppure posso fare di quello stesso materiale il mio archivio per estrarre i modi in cui da sempre siamo arrivati alla pace, alle negoziazioni e ai compromessi, agli accordi e ai trattati. E poter immaginare quindi come arrivarci oggi, perchè il mio immaginario culturale è stato nutrito con questa intelligenza.
Bambini, adolescenti e artisti ci indicano una via d’uscita che dà valore all’identità più profonda dell’essere umano, cosa possiamo imparare da loro?
Bambini e adolescenti hanno molto da insegnarci, e nel libro illustro i tanti esempi ispirativi che possiamo pescare dalle diverse età, così come dagli animali e dalle piante. Ne riprendo un paio I bambini agiscono su un principio di analogia e di scarsità: per un bambino una penna è una spada, e ci gioca come fosse una spada, anche perchè non ha un a spda e non deve averla, altrimenti non scatterebbe la sua immaginazione. La scarsità è un innesco fondamentale e una delle questioni del presente: cosa vuol dire fare a meno del petrolio? Proviamo a ragionarci. Gli adolescenti, invece, nella ricerca di sé sono sempre insoddisfatti, sono severi, non cadono mai nell’autoconsolazione. Questa attitudine alla non autoindulgenza può insegnare molto, perché gli adulti sono bravi a raccontarsela e a far quadrare le cose con le parole per non doversi impegnare in nulla.
La sinistra oggi ha bisogno di nuova immaginazione per un più forte programma politico, per rispondere ai bisogni materiali, di riscatto, e alle esigenze di realizzazione di sé delle persone, per immaginare una società diversa, più giusta e inclusiva?
Tutti dovremmo partire non da un’analisi di realtà — la prassi che viene dalla scienza e dal nostro pensiero comune, del tutto legittima — perché da quella non si costruisce mai qualcosa che rompa con il presente: si costruiscono solo modelli che modificano piccoli dettagli. Si parte da un processo immaginativo che disegna un mondo stando nel possibile, nell’irrealtà, in ciò che ci corrisponde di più. Tutti vogliamo essere felici, stare bene, stare in pace. La pace non la vedo: la immagino. Se uso il principio di realtà vedo la guerra, ma se voglio la pace posso solo immaginarla. Questo desiderio va accompagnato da un processo immaginativo che prova a descriverla, sostenuto da materiali culturali che dicono come ci si arriva, cosa vuol dire stare in un contesto dopo un conflitto, cosa vuol dire una ricostruzione, come si spegne l’incendio. Abbiamo bisogno di immaginare ciò che desideriamo, senza castrarlo sulla base di un principio di realtà che ci renderebbe già sconfitti in partenza.
In foto un’opera di Banksy che sarà in mostra dal 22 ottobre al 31 gennaio 2027 in Palazzo Barolo a Torino, nell’ambito dell’esposizione dal titolo BANKSY Street is the museum




